Per capire il presente bisogna conoscere il passato
L’attuale paesaggio dell’Altopiano è frutto delle trasformazioni che l’uomo ha attuato nel corso dei secoli.
Nella Preistoria l’Altopiano era ricoperto da pietrame e alberi, una grande foresta ai margini della quale si insediarono i primi abitatori. Furono probabilmente cacciatori e boscaioli che si stabilirono su questi monti, prima temporaneamente e poi in modo permanente.
Qui, come in altre zone alpine e prealpine,la maggior parte degli insediamenti ha avuto origine da disboscamenti più o meno estesi a partire dal Neolitico.
Poco è dato sapere dell’epoca romana e alto-medioevale, ma seppure ci siano varie interpretazioni sull’origine della popolazione di origine nordica che si stabilì su questi monti, sulla base dei primi documenti scritti si può affermare che il disboscamento e la bonifica del territorio avvennero lentamente dai margini dell’Altopiano verso il centro.
Di Rotzo, ad occidente dell’Altopiano, si ha notizia fin dall’anno 800 d.C., mentre il nome Asiago appare per la prima volta nel 1204. Foza, nel 1202, quando fu venduta da Ezzelino II il Monaco a dom Vitaclino, Priore del Monastero benedettino di S. Croce di Campese, era una comunità di pastori e boscaioli che vivevano in povere case simili a capanne.
Certamente la localizzazione dei primi nuclei abitati è dovuta alla presenza di una o più sorgenti perenni o addirittura, come nel caso di Asiago, alla presenza di un corso d’acqua superficiale, il Rio Asiago, chiamato anche Roza.
Durante il periodo precedente, il generale miglioramento climatico portò alla notevole diffusione del faggio, il cui legno rappresenta uno degli elementi più importanti per la facilità con cui può essere trasformato in carbone.
È quindi presumibile che durante quei secoli vi sia stata una accelerazione nell’attuare le opere di disboscamento, sia per il bisogno di legname e carbone, sia per le esigenze della popolazione ormai insediata sul territorio in modo diffuso, la cui principali attività erano rappresentate, appunto dallo sfruttamento delle risorse forestali e dalla pastorizia.
È forse in questo periodo, che la necessità di spostarsi zone prive di sorgenti, ha portato alla creazione di riserve d’acqua artificiali: le pozze alpestri.
Un altro elemento che certamente ha contribuito al progressivo aumento delle zone coltivate ed in particolare alla fienagione, è stata nell’XI – XII sec. La diffusione della falce a due mani che ha permesso un consistente aumento della produttività nella raccolta dell’erba.
È quindi a partire da questo periodo che inizia a prendere forma il sistema insediativi che si consoliderà nei secoli successivi specialmente nel ‘400 e ‘500 durante il periodo di dedizione alla Serenissima.
A questo proposito è importante sottolineare che dal 1310 al 1807 l’Altopiano è stato una Federazione di Sette Comuni autonoma e indipendente.
Dopo l’abolizione del pensionatico, diritto di sosta e pascolo delle greggi dei 7 Comuni in pianura durante l’inverno, concesso dalla Repubblica di Venezia, avvenuta nel 1860, ci fu un cambiamento quasi radicale dell’economia.
A FOZA
Nel 1860 c’erano 1.687 abitanti e solo cinquant’anni prima, con i suoi 1.812
abitanti, si contavano 20.850 pecore e ben 280 pastori.
Se con il pensionatici il lavoro dei pastori era enormemente avvantaggiato sia per il pascolo, sia per il fabbisogno d’acqua, (fiumi e corsi d’acqua minori della pianura), l’abolizione di questo diritto causò il progressivo abbandono della pastorizia, dovuto anche all’impossibilità di reperire sull’Altopiano sufficienti risorse idriche per abbeverare le greggi. Si può dire che l’Amministrazione di allora non perse tempo, in quanto già nel 1887 ogni contrada aveva la sua pozza per far fronte alle necessità dei pastori e di coloro che convertirono il proprio gregge in mandrie di vacche. Si diede allora il via alla realizzazione di fontane nelle contrade con alta concentrazione di nuclei famigliari.
Una delibera del Comune di Foza del 20 marzo 1888 dava precedenza alla Piazza e in seguito alle contrade: Valpiana, Lazzaretti, Furlani, Gavelle, Guzzi, Stainer, Ori – Chiomenti, Chigner, Carpanedi, Mengar e Badaile, Biasia e Ori – Bant.
Foza inoltre disponeva anche di varie fontane alimentate da sorgenti che scendevano dal M. Miela e da Marchesina. Dislocate in viari punti del territorio, erano continuamente curate e sorvegliate contro abusi e inquinamenti.
Nel 1895 le fontane restaurate erano sette: Valpiana, Lazzaretti, Valcapra, Stainer, Ori –Biasia, Ori Chiomenti e Pubel.
È a queste sette fontane che si deve la disposizione topografica del paese.
Non bisogna inoltre dimenticare l’esistenza di una sorgente in località Sacco.
Foza credette moltissimo ad un acquedotto che una volta raggiunto il paese e alimentato una grande cisterna, avrebbe garantito l’approvvigionamento, ma sopraggiunse la Prima Guerra Mondiale e Foza fu distrutta.
Vennero anche distrutte fontane e sorgenti, ma la guerra non poté cancellare i luoghi, i loro toponimi, alcuni dei quali ancora indicati nella cartografia, altri meno importanti rimasti solo nella memoria degli abitanti (fontana dell’Orso, fontana delle fate, fontana del Campo dei Sambuchi, Labental, Pietra dell’Acqua,Roda del Corvo, Prunno della Gemma….
DA NAPOLEONE ALL'AUSTRIA
Riassunto cronologico. 1796, settembre: Napoleone invade lo Stato Veneto. 1797, 12 maggio: caduta di Venezia. 1804, 30 giugno: Foza è visitata dall'arciduca Giovanni d'Austria di passaggio per i Sette Comuni. 1804, 28 luglio: la Reggenza delibera di sradicare da Foza gli ultimi banditi.1805, 15 maggio: nuovo regolamento per la elezione del rettore di Santa Maria Assunta di Foza. 1805, 26 agosto: a Foza e sull'Altopiano viene riorganizzata e istituita la Milizia Nazionale. 1807: ha inizio il Regno d'Italia. 1807, 29 giugno: cessa il governo della Reggenza. 1811: Santa Maria Assunta di Foza assume il titolo di chiesa parrocchiale.
1. Periodo contrastato
L'apatia dei fozesi nei confronti del proprio comune, insieme ad altre manifestazioni di caos e disordine amministrativo rilevabili, per altro, in tanti altri paesi della regione veneta, era il segnale di una caduta di ideali e di un vuoto di valori che avrebbero ben presto scosso e minato alle basi la sopravvivenza stessa di Venezia.
Mentre il senato veneto approvava la Terminazione per il Buon Governo di Foza, l'uragano napoleonico, richiamato dal vuoto di potere della repubblica veneta, stava scatenandosi con tutta la sua violenza sulle nostre comunità e il nostro territorio.
Approfittando dell'ostilità dell'Austria e della inconsistenza politica e militare di Venezia, Napoleone era piombato all'improvviso sulla nostra regione, deciso a dare scacco matto agli austriaci.
In pochi mesi di scontri e inseguimenti sul nostro suolo, durante i quali le nostre popolazioni, compresa quella di Foza, avrebbero avuto modo di passare dallo stupore alla rivolta morale e armata, il destino dello stato veneto poteva dirsi concluso.
Il 12 maggio 1797 il Maggior Consiglio di Venezia, senza attendere il colpo di grazia del generale francese, decretava di porre fine da se stesso alla propria esistenza.
Il crollo di Venezia gettava immediatamente i sudditi più fedeli, fra i quali andavano annoverati i Sette Comuni Vicentini, nel più vivo disorientamento.
Come uscirne e salvare il salvabile? Era questo ormai l'assillo delle comunità dell'Altopiano.
La Reggenza, dopo alcuni vani tentativi di resistenza ai francesi, decideva di venire a patti, dimostrandosi pronta ad accettare ormai il fatto compiuto, a condizione di ottenere in cambio un po' di comprensione e rispetto per la sua tradizionale autonomia e i suoi privilegi economici.
Le richieste, recate a Vicenza presso il generale di divisione Joubert dai rappresentanti dei Sette Comuni e Contrade Annesse, vennero, in parte, accolte.
Ma la situazione politica era ancora troppo fluida e precaria, per poter scommettere sul domani.
In effetti, il 17 ottobre 1797, Venezia e il Veneto passavano inaspettatamente all'Austria e le nostre popolazioni cominciavano, finalmente, per la prima volta, a respirare.
Ma si trattava di un sollievo relativo, destinato a durare una manciata d'anni, appena...
Nel 1806, l'Austria, rimessasi nuovamente in lizza e sconfitta pesantemente da Napoleone, doveva cedergli il Veneto e ritirarsi.
Le nostre comunità, private allora del governo federale e di ogni loro autonomia, vennero unite, come tutte le altre comunità del territorio veneto, riconquistato dai francesi, al cosiddetto Regno d'Italia. Il quale, a dire il vero, di italiano aveva ben poco, ispirato com'era ai principi e alla prassi di una rivoluzione straniera.
Gli anni che seguirono furono, al dire degli storici, anni di delusioni, di umiliazioni e soprattutto di fame. I francesi si mostrarono veramente all'altezza della situazione, tassando, requisendo, taglieggiando la nostra povera gente e soprattutto costringendo tanta nostra gioventù, o colla forza o coll'inganno, a seguire il loro piccolo grande generale vittorioso nei suoi immensi, sconfinati sogni di potere e di gloria.
E questo sino al 1813, sino all'anno in cui con la sconfitta e il ritiro dalla scena politica del Bonaparte, i nostri paesi non tornarono di bel nuovo sotto l'Austria.
Non è facile dire cosa abbia rappresentato per Foza e i fozesi questo nuovo periodo di storia.
L'unica descrizione storica di Foza, più o meno contemporanea a questo periodo, non ce lo permette certo di immaginare: « Foza, scrive il Macca, è villa tutta montuosa. Ha il vantaggio di alcune sorgenti, che però mancano ne' tempi di grande siccità...
Le sue entrate consistono in formenti, segale, vene e orzi e manca di sorghi et uve.
Di frutti vi sono ciriege in quantità, pochi pomi e niente altro. La maggior parte de' terreni viene occupata da pascoli per animali; atteso che quivi sononvi in quantità vacche, pecore, cavalli, muli, capre e porci.
Si trovano in questa villa boschi di legname da fabbrica e da fuoco. Col legname da fuoco servami queste genti per far carbone da mercatanzia, de quale ne fanno circa mille some all'anno...
Sononvi quivi alcune cave di pietre dure, tra le quali ve n'è una sopra il monte chiamato Meletta di marmo a varj colori e scherzi curiosi, del quale veggonsi alcune colonne quadrate, che fanno spalliera nel coro della chiesa parrocchiale. In altri siti si cavano lastre di pietre rosse, che si adoperano per formare varj recinti ai terreni dirizzandole in piedi. In esse lastre si mirano corni di Ammone e Nautilj...
Le famiglie sono circa trecento, le anime in tutte due mila in circa.
Nel mese di settembre mille e settecento circa di questi abitanti si portano nelle pianure di varj paesi a svernare co' loro animali, perché i prodotti del loro paese non sono sufficienti a mantenerli in tempo d'inverno.
Le genti di questa villa parlano il loro linguaggio più purgatamente degli altri comuni ed anche sanno la lingua italiana».
I pochi particolari descrittivi sulla situazione di Foza di inizio Ottocento, lasciatici dal Macca, ce ne lasciano, dunque, un'immagine oleografica, nonostante tutto, abbastanza rassicurante!
2. Confraternite, Pie Unioni e Associazioni religiose
II diritto della comunità di Foza di eleggersi il proprio pastore e il corrispettivo dovere di provvedere alla cura della chiesa e della canonica (1410), fecero si che i fozesi si sentissero investiti sin dalle origini della responsabilità diretta del culto e del decoro delle manifestazioni religiose.
Nel medioevo, ogni comunità cristiana anche piccola, era dotata di associazioni di fedeli, chiamate scuole, fraglie o confraternite, che, richiamandosi nel nome ai santi patroni della chiesa, ne curavano l'edificio di culto o l'altare, promuovendo e conservando legami di solidarietà in vita e in morte fra i confratelli stessi.
Anche a Foza, verso gli inizi del Cinquecento, (ma la sua origine dovrebbe essere più antica), ci viene incontro una di queste confraternite: è dedicata a Santa Maria, titolare della chiesa, ed è governata da un amministratore o « massaro », eletto dai membri della fraglia e riconosciuto dal comune stesso, coll'incarico, fra l'altro, di riscuotere le decime e le affittanze della chiesa.
La confraternita di Santa Maria, aperta a uomini e donne, vive e fa fronte alle necessità del culto e della carità verso i confratelli più indigenti o defunti, grazie ad eventuali lasciti testamentari e soprattutto alle elemosine ordinarie e straordinarie dei suoi membri.
Coi proventi delle adunanze e delle offerte di chiesa, raccolte ogni quarta domenica del mese, e affidate in custodia ad un cassiere, anch'esso eletto dalla confraternita, provvede soprattutto alle « luminarie », alle messe e agli ornamenti dell'altare della Madonna, nonché alle feste e alle processioni solenni.
I confratelli e le consorelle, nelle processioni, marciano uniti insieme, distinguendosi per la loro divisa e il loro gonfalone, vicini alla statua o all'immagine della Madonna...
Nel 1536 il loro presidente, o massaro, figura, come al solito, presente alla elezione del nuovo parroco.
Col tempo i massari della fraglia o scuola di Santa Maria diventeranno due e saranno i collaboratori più fidi e presenti del parroco nelle sue fatiche pastorali.
Col Concilio di Trento (1545-1563) e il conseguente posto di rilievo assunto dalla presenza del Santissimo all'interno della chiesa e della comunità cristiana, viene a nascere, anche a Foza, una nuova confraternita, chiamata appunto del Santissimo. Anche la nuova confraternita, come quella di Santa Maria, accoglie uomini e donne, legati insieme dagli stessi vincoli di fede e di solidarietà cristiana.
La prima comparsa a Foza di questa seconda confraternita è del 1587. Nella visita pastorale di quell'anno, infatti, il delegato vescovile Nicolò Galerio riscontra che l'altar maggiore della chiesa è affidato alla manutenzione di questa nuova associazione.
Diversamente dalla confraternita di Santa Maria, che funge anche da fabbriceria, il ruolo della confraternita del Santissimo è più propriamente devozionale: i suoi membri, infatti, si assumono l'impegno di promuovere il culto dell'Eucarestia, sia coltivando esemplarmente la pietà eucaristica, che esercitando la carità verso i propri confratelli.
È una associazione viva e vitale, destinata a crescere e ad avanzare nei secoli, per arrivare, sia pure attraverso varie peripezie e rinascite, sino ai nostri giorni.
La terza e ultima confraternita storica sarà quella del Rosario. Nasce verso il 1633 e nel 1635 si sente già cosi solida e ben piantata da erigersi, a proprie spese, all'interno della chiesa, un suo altare con tanto di quadro d'autore, raffigurante i misteri del Rosario. La sua finalità sarà quella di diffondere in parrocchia e fra le famiglie la recita e la devozione del Santo Rosario... E guardando al poi, non si può certo dire che il suo scopo non sia stato raggiunto!
Alla confraternita di Santa Maria, nel 1675, veniva ad aggiungersi, come a madre, una congregazione a numero chiuso, composta unicamente da uomini, animata dall'intento di assicurare il decoro delle feste e dei funerali mediante il canto corale liturgico.
Le tre confraternite, vive e presenti, nella vita della parrocchia, sino agli inizi dell'Ottocento, verranno quindi ufficialmente soppresse (1812) e sostituite, a partire dalla metà dell'Ottocento, da altre forme di associazionismo devozionale, come la congregazione dei Terziari Francescani (1888) e le Pie Unioni...
Agli inizi del nostro secolo, col dinamismo sociale e politico dei nuovi tempi, la vita associativa della parrocchia conoscerà altre forme di presenza e di azione. E così, accanto alle congregazioni e alle Pie Unioni dell'Ottocento, verranno avanti i vari Circoli di Azione Cattolica e i vari Comitati settoriali, che si occuperanno, di volta in volta, ora degli affari materiali della parrocchia, ora di quelli elettorali ed ora dell'emigrazione.
Dopo la battuta di arresto della prima guerra mondiale (1915-1918), la vita associativa parrocchiale, esprimente gran parte della vita associativa e culturale del paese, tornerà a recuperare il tempo perduto, spostando il suo interesse verso orizzonti di formazione e di intervento anche sociale sempre più aperti e più vasti.
3. Preziosa eredità
A merito delle antiche confraternite, soppresse agli inizi dell'Ottocento (1810), vanno ascritte le poche ma pregevoli opere d'arte che la chiesa, ancor oggi, in esigua parte conserva.
Fra esse vanno ricordate:
La pala dell'Assunta. - Rappresenta l'unica opera d'arte custodita con gelosa premura dalla chiesa parrocchiale di Foza, sino ad oggi-
Occupa il posto d'onore che si merita: nell'abside della cappella dell'altar maggiore, dedicato alla Madonna Assunta.
Edoardo Arslan, nella sua storia critica dell'arte de «I Bassano» l'attribuisce a Francesco Dal Ponte il Vecchio (1470-1534) e l'accosta al dipinto dello stesso autore, che si conserva al Museo Civico di Bassano, raffigurante la Madonna in trono tra i Santi Pietro e Paolo.
« Il trono, afferma l'Arslan, ripete quello di Bassano; lo sovrasta un cherubino con le ali dorate; la Vergine, che ripete il tipo di quella del Montagna nella pala di Cartigliano, stringe a sé il Bimbo con la sinistra e nella destra ha un libro. Come nel quadro del 1519 (quello del Museo di Bassano) la veste è ornata a fiorami rossi, il manto azzurro intenso, mentre l'evangelista Giovanni indossa, sotto il manto rosso, una tunica verde scura. Ai piedi del trono due angioletti in cui, come avviene, sfocia, con più immediatezza, il naturalismo: l'uno con un uccellino, l'altro con uno scoiattolo nero. Dietro il parapetto marmoreo un porto di mare. Un pastore con gregge, daini, rocce, sentieri. E anche qui, come altrove, sul piedistallo del trono fregi di arabeschi policromi».
Ma, purtroppo, nonostante la competenza e la buona volontà dell'illustre autore, la verità storica è un'altra: è che l'attribuzione della pala dell'Assunta di Foza non è affatto univoca e che la tradizione più antica e costante al suo riguardo, rappresentata dal Verri, e quindi dal Dal Pozzo, dal Macca e dal Brentari, la attribuisce ai fratelli Francesco e Bartolomeo Nasocchio di Bassano.
Del resto, i documenti d'archivio, rappresentati dalle visite pastorali, non ne parlano prima del 1633, e, quando lo fanno, sono d'accordo nell'attribuirla ai Nasocchio. Come sono d'accordo nel rilevarne la bellezza, chiamandola « pulcherrima » bellissima, specie dopo l'intervento del 1659 con cui la si incorniciava dentro eleganti colonnine in legno dorato.
Non doveva essere più così presentabile verso la fine dell'Ottocento, quando, vista dal Brentari, appariva ormai molto danneggiata, specie nel paesaggio, e abbruttita da un « parapetto » con « uno strambo bassorilievo, rappresentante Gesù che va al Calvario, con certi, soldati che ricordano gli homuncoli delle leggende tedesche».
La pala del Rosario. - Nella documentazione storica di Foza del 1635, compare anche una pala o quadro d'altare, opera, si dice, di pittore bassanese, acquistata per ornare il nuovo altare della Madonna del Rosario, eretto in chiesa parrocchiale dalla confraternita omonima.
La nuova immagine della Madonna raffigura (o raffigurava) la « Beata Vergine con li quindici Misteri del SS.mo Rosario con le imagine del Patriarcha Santo Domenico et de altri sancti Fondatori di essa Compagnia».
Dell'altare e della pala del Rosario si parla in tutte le Visite Pastorali del Seicento. La loro presenza nella chiesa parrocchiale, legata alla presenza e alla cura della Scuola del Rosario, durerà anche per tutto il secolo seguente, sino allo scioglimento delle organizzazioni parrocchiali nel 1810.
Da allora, anche per suggerimento del Vescovo, altare e pala spariranno, per creare all'interno della chiesa, divenuta angusta per l'aumento di popolazione, maggior spazio riservato ai fedeli.
Il Crocefisso. - E la terza opera d'arte di cui è venuta ad arricchirsi col tempo la chiesa di Foza...
Si tratta, o per dir meglio, si trattava di un gruppo statuario in legno, rappresentante il Crocefisso fra l'Addolorata e San Giovanni.
Non si sa chi lo abbia scolpito, né come sia giunto in possesso della nostra chiesa.
Quello che è certo è che, verso il 1647, i fozesi avevano già intenzione di costruirgli un altare e che, nella visita pastorale del 1664, l'altare del Crocefisso era già presente, e andava anzi guadagnandosi la devozione dei fedeli.
Nel Settecento, grazie anche alla reliquia del Legno della Croce,59 ospitata nel suo tabernacolo, quello del Crocifisso è uno degli altari della chiesa più in vista e curato... Al punto che, nel capitolato di diritti e doveri del sagrestano, compare l'obbligo di tenerne sgombero il muro esterno dalla neve, « acciò l'imagine del nostro Redentore non s'inumedisca » e si possa conservare.
Le relazioni delle visite pastorali ne parlano di solito con stima e ammirazione: è di autore ignoto, si dice nella visita pastorale del 1861, ma di un certo valore...
Fra le vittime della distruzione bellica della prima guerra mondiale deve annoverarsi anche quest'opera di pregio storico e artistico, che catalizzava non poca devozione fra il popolo di Foza. |