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Cognomi

I cognomi più diffusi nel comune di Foza sono:

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ANTICHE FAMIGLIE FOZESI E I LORO SOPRANNOMI

A differenza di tante comunità locali, Foza non conosce quasi affatto (tranne qualche debita eccezione, come nel caso di nomi di famiglia, come Gheller (da Gallio), Stona (da Stona) Cappellari (da Enego) e Omizzolo...) co­gnomi che non siano patronimici, vale a dire, formati sul nome del caposti­pite.
Questa tendenza, riscontrabile nello studio dell'onomastica storica del paese, depone a favore del suo passato isolamento e dell'attaccamento della popolazione ai valori e alle tradizioni della famiglia, avvertita da gente abi­tuata da sempre a vivere lontano dagli affetti familiari come il bene più sa­cro e inviolabile...
Un discorso diverso, più vario e senza dubbio più interessante, meritano i soprannomi o mende familiari.
Come dappertutto, anche a Foza, questi ultimi nascono dalla necessità di distinguere famiglie di identico cognome e nome, della stessa parentela e magari della stessa contrada. Sono quindi il segno della proliferazione di una famiglia e caratterizzano le epoche o i periodi di maggior espansione demografica all'interno dello stesso paese e della stessa contrada.
I soprannomi si formano spontaneamente, come i cognomi, seguendo le stesse regole linguistiche: hanno, infatti, origine (come i cognomi del resto) o dal patronimico (il nome del capostipite, che una volta si tramandava co­me una formula sacra da nonno a nipote), spesso deformandolo con accre­scitivi o vezzeggiativi... (ad esempio, Luca, Minchel, e anche Pierot, Pierazzo e Agnelon (accrescitivo di Angelo o Agnolo)... ); o dal mestiere di fa­miglie, tramandato di padre in figlio (come, ad esempio, Speciale (= farma­cista), Mercante, Scarparo, ecc.); o dal paese o dalla contrada di provenienza (come, Venezian, Codevigo, Stainer, Pruntali, Steller, Tratta, Prà, Costa ecc.); o dal soprannome recato in eredità dalla moglie e dalla sua famiglia di provenienza; o, infine e più spesso, da qualche vera e propria menda o caratteristica fisica o morale del capofamiglia interessato (come, ad esempio, Gros, Mustachi, Scafeta, Serveli, Polent, Tass, ecc.).
Molti soprannomi, infine, hanno origine da veri e propri cognomi, adot­tati per ragioni di parentela colla famiglia successivamente estinta, come ad es. Cattagni, Peranzan ecc..
Come i cognomi, anche i soprannomi si possono presentare al singolare (al maschile, se portati da un uomo o al femminile, se recati da una donna) o al plurale, se riferiti all'intera famiglia.
Meno frequenti e richiesti, come si è detto, quando la popolazione del paese è ancora scarsa e ridotta a poche famiglie, i soprannomi si rendono più necessari e frequenti, a mano a mano che la popolazione di un luogo si ac­cresce e mantiene l'abitudine di trasmettere, da nonno a nipote, gli stessi nomi.
Oggi, infatti, che la popolazione è in calo, e questa usanza di ripetere nella famiglia sempre gli stessi nomi è in via di estinzione, anche i soprannomi (avvertiti da molti che li portano come un ingombro inutile o addirittura molesto) sono in via di sparizione.
I soprannomi, comunque, in paesi come Foza, a popolazione sparsa, re­stano un'eredità culturale di notevole importanza, perché, oltre a caratteriz­zare gran parte della toponomastica locale (molte contrade di Foza hanno dato o ricevuto il loro nome dai soprannomi delle famiglie che in passato le hanno abitate), restano un contrassegno inequivocabile dell'identità di ori­gine di tante famiglie emigrate nel mondo.

 

Agostini. La famiglia Agostini arriva a Foza verso gli inizi dell'Ottocento. Proviene da Enego ed ha come suo capostipite un certo Giacomo fu Francesco, che sposa una Maria Maddalena Contri «Trolli». Dal loro matrimonio nasce un figlio di nome Francesco, destinato a perpetuarne il nome (A.P.F., Libro di Stato d'Anime 1811, c. 3V, 131).
Soprannomi:
L'unico soprannome degli Agostini è quello di Cruscio ed è del secolo scorso.

Alberti. Ha origine dal patronimico o nome dell'antenato principale, chia­mato appunto Alberto.
Il primo Alberti, che compaia nelle liste dei capifamiglia di Foza, è un Bartolomeus quondam Alberti, « massaro » o rappresentante in capo della co­munità (oggi lo chiameremmo « sindaco »), il quale in un atto notarile del 1474 delega tre rappresentanti o consiglieri del comune a impegnare il monte Miela per comprare da mangiare alla popolazione (A.S.Vi., Atto Not. Battista Ferrazzo, 6 marzo 1474).
Il cognome Alberti, nei documenti del comune, si alterna spesso con quello di Berti (Cosi, ad esempio, lo stesso personaggio, che nel 1530 viene chiamato Giacomo fu Gianese Alberti, nel 1543 è chiamato anche Giaco­mo Berti o de Berto: A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 26 giugno 1530; Atto Not. Gaspare Gianese, 19 gennaio 1543).
Fra i nomi di battesimo degli Alberti, i più ricorrenti all'interno della famiglia, almeno nel Quattro e Cinquecento, sono: Giacomo, Gianese, Gaspare e Andrea...
Nel Seicento, gli Alberti, hanno già passato la loro denominazione ad uno dei sei « colonnelli » del paese, chiamato appunto colonnello « dei Berti» (A.S.Vi., Atto Not. Crestan Menegatti, 21 luglio 1652).
Nel Settecento, questo colonnello si compone già di diverse località, vicine fra loro, che danno origine alle famiglie omonime: gli Alberti Carot, al Knotto, all'Ecche e Ribenach. La famiglia degli Alberti è rimasta famosa nella storia del paese per le sue risse e le sue liti mortali coi Lunardi (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, io novembre 1630) e cogli Oro (A.S.Vi., Atto Not. Marco Lunardi, 29 agosto, 1684), ma anche per aver dato dei valenti amministratori al comune e persino un notaio: Costante Alberti (A.S.Vi. Atti Notarili, agli anni 1715-1736).
Soprannomi:
I più antichi, come si è detto, risalgono al Settecento e forse anche prima, e sono: Carot, Knottenar, Echar, Ribenach (A.S.Vi. Atto Not. Michele Laz­zari, Indice dei Protocolli, anni 1755-1806).
Vengono poi i soprannomi dell'Ottocento: Zappolo, Zappai, Bertolini (A.P.F., Anagrafe Parrocchiale di Santa Maria Assunta di Foza. Anni 1839 e 1859).
Infine, emergono e vengono alla luce i soprannomi più recenti, quelli del nostro secolo e sono: Lero, Vaio, Zamarus, Nazzarello, Berto, Canevelo (A.P.F., Registro Stato dAnime della Parrocchia di S. Maria, Anni 1923-1927).

Badaile. Nella convicinia di Foza del 1527, figura presente un Marco fu An­tonio Badail: è il primo rappresentante dei Badaile che compaia nei do­cumenti della comunità (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 20 giugno 1527).
Più o meno negli stessi anni però vivono a Foza altri Badaile, come il fratello di Marco, Lorenzo, presente alla convicinia del 26 giugno 1530 (A.SVi. Atto Not. Andrea Fincati, 26 giugno 1530).
Con ogni probabilità i Badaile derivano il loro cognome dalla località di provenienza e cioè da Badenecche (All'origine, chiamato appunto Badail Ecche, che significa Colle della Battaglia).
Nel Sei e Settecento i Badaile, a Foza, costituiscono una contrada, vici­na al Crachental (v.) e più precisamente ai Chiomenti, che fa parte del colonnello di Gavelle (v.).
Il numero piuttosto esiguo delle loro famiglie (quattro agli inizi dell’Ottocento) non ha mai dato luogo a proliferazione di soprannomi.
Soprannomi:
L'unico soprannome storico dei Badaile lo si incontra nei registri dell'Ot­tocento ed è quello di Baldo.

Biasia. Sembra che il cognome di questa famiglia, già presente nella ono­mastica fozese del Quattrocento, derivi da un certo Biagio o meglio dalla contrada dove egli ha i suoi poderi, a mezzogiorno della Valcapra, sul Sasso Rosso.
Nel 1492, infatti, a mezzogiorno dei Marcolongo della Valcapra, ven­gono a trovarsi gli Heredes quondam Blasij, vale a dire i Della Biasia (A.S.Vi. Atto Not. Battista Ferrazzo, 16 gennaio 1492).
Il primo individuo di questo cognome è un Battista di Leonardo della Biasia del 1527 (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 26 giugno 1530). Ven­gono quindi altri della Biasia, come quei Biasio e Francesco, che nel 1540 vendono agli Angarano di Sarmego (Vicenza) parte dei loro poderi sul Sasso Rosso.
Nel Sei e Settecento, i Biasia, che nel Cinquecento facevano parte del colonnello del Pubel (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 15 maggio 1572), costituiscono invece due contrade del colonnello di Gavelle, intitolate Biasia di Sotto e Biasia di Sopra (A.S.Vi., Atti Not. Michele Lazzari, Indi­ce dei Protocolli, anni 1755-1806).
Agli inizi dell'Ottocento, i Biasia sono rappresentati da undici ceppi o nuclei familiari, quasi tutti dediti alla pastorizia (A.P.F., Libro Stato d'A­nime, 1811).
Soprannomi:
I soprannomi più usitati di questa stirpe sono piuttosto tardivi, apparte­nendo tutti all'Otto e al Novecento. Essi sono: Panegaia, Stik, Rampele, Zago.

Caberlon. La famiglia, quantunque recente rispetto ad altre più antiche, fa tuttavia parte della comunità fozese sin dagli inizi del Settecento, forse trasmigratavi da Valrovina. Nella seconda metà del Settecento, i Caber­lon di Foza formano addirittura una contrada, chiamata appunto la contrà dei Caberloni, che fa parte del colonnello di Stona (A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, Indice dei Protocolli, anni 1755- 1806).
Agli inizi dell'Ottocento la contrada dei Caberlon comprendeva cin­que famiglie (A.P.F., Libro Stato d'Anime, 1811).
Soprannomi:
Cheler (Questo primo soprannome è già presente nel Settecento e dà no­me a una contrada del colonnello di Stona); Chiupel (Questo secondo so­prannome, invece, sopravvive ancora nei registri parrocchiali dell'Otto­cento).

Cappellari. Il primo rappresentante, a Foza, di questa famiglia, che trae il suo cognome dal mestiere tradizionale dei suoi antenati (quello cioè del­la produzione dei cappelli) è un certo Antonius Capellarius, presente alla convicinia del 15 giugno 1491, dove viene a trattarsi del pascolo abusivo delle pecore e vacche forestiere sul territorio del comune (A.S.Vi., Atto Not. Battista Ferrazzo, 15 giugno 1491).
Circa quarant’anni dopo, in un'altra convicinia del paese, dove per altro figura presente un altro Cappellari, Martinus quondam Dominici Capellarii, i documenti storici ci fanno incontrare il figlio del vecchio Antonio, di nome Nicolò (A.S.Vi., Atto, Not. Andrea Fincati, 20 giugno 1527).
Ma il personaggio forse più di spicco fra i Cappellari di Foza nel Cin­quecento, è un certo Piero, padre di un Zuane, presente col figlio a diver­se assemblee generali del comune (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 20 marzo 1530; Atto Not. Gasparo Gianese, 19 gennaio 1543).
Contrada di residenza anagrafica dei Cappellari, almeno sino alla metà del Settecento, è il Pubel (A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, Indice dei Protocolli, anni 1755-1806), da dove poi dirameranno anche in altre con­trade.
Gente in genere possidente (boschi e pascoli) e socialmente distinta, da cui proverranno diversi sindaci e consiglieri del comune e persino un notaio, Pietro Cappellari che rogherà a Foza dal 1799 al 1806 (A.S.Vi., Atti Not. Pietro Cappellari, B. 1686).
Soprannomi:
Michil o Minchel (Si tratta di un unico soprannome, che si rifa al patroni­mico Michele: lo si incontra, la prima volta, portato da un certo Marco fu Pietro Cappellari di Foza detto Michil: A.S.Vi., Atto Not. Maino Pietro, 6 ottobre 1577); Tass e il suo plurale Tessar (È soprannome secentesco, in­dossato la prima volta da un Gasparo fu Angelo Cappellari detto Tasso nel 1688: AS.Vi., Atto Not. Stefano Menegatti, 1 luglio 1668); Giachel (Di­minutivo di Giacomo, equivalente di Giacomino: lo si può incontrare, sin dalla fine del Settecento, indosso ai fratelli Giacomo e Martino fu Anto­nio Cappellari, intenti a dividersi i loro beni al Ronco dell'Orso, verso San Francesco, e al Berclen: A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, 15 giugno 1793); Serveli (Nel Settecento facevano parte anche loro del colonnello del Pubel: A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, Indice dei Protocolli, anno 1746); Scrunoli (Anche il loro soprannome appare già coniato a partire dal­la metà del Settecento: A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, 7 agosto 1768); Pandoli (Ciò che vale per gli Scrunoli vale anche per i Pandoli); Gret o Great (Soprannome piuttosto tardivo, non trovandosi prima dell'Otto­cento). Altri soprannomi, nati nell'Ottocento, sono: Lavrin, Martineli, To­fano, Cattagni, Casanova, Bartocolo (Protocollo), Pierotto, Bisel. Vengono, infi­ne, i soprannomi del Novecento: Giave, Scendi, Caprin, Tenele.

Carpanedo. Nel Cinquecento, tra i commercianti valstagnesi di legname, interessati ai boschi di Foza, oltre ai Sartori e ai Mazzoni, si trovano an­che i Carpanedo, oriundi da Valstagna, ma cosi chiamati, perché passati, verso la fine del secolo precedente, a Carpanè (A.S.Vi., Atto Not. Gaspare Gianese, 5 giugno 1547).
Uno di questi Carpanedo, di nome Zuanne, o anche Zuanantonio, aveva tre figli: Zuandomenego, Pasquale e Battista. I primi due, verso la me­tà del Cinquecento, sono accasati a Foza, in contrà del Sbant sul Crachental. È qui, infatti, nella sua nuova casa, dove vive colla sua seconda moglie, Iseppa Contro e coi figli, che Zuandomenego, il più vecchio dei tre, ven­de nel 1563, per trenta ducati, ai Sartori di Valstagna due campi di prato, che poi gli verranno restituiti in affitto per undici lire e cinque soldi all’anno (A.S.Vi, Atto Not. Gianesino Fincati, 13 maggio 1563).
Nel 1574 Zuandomenego è già morto, ma gli restano i figli, ancora in tenera età, affidati da lui stesso alla tutela dello zio di Valstagna, Battista, e soprattutto gli restano i beni, su cui gravano gli interessi di diverse perso­ne, fra cui il fratello stesso Pasquale, che vorrebbe vedere definita una volta per sempre l'eredità. La sentenza arbitrale, affidata more veneto et inappellabiliter dai due fratelli Battista di Valstagna e Pasquale di Foza ai signori Antonio Grassi, Angelo Perii e Francesco Grossa di Valstagna, sa­rà emessa a Foza sui prati dello Sbant, proprietà dei Carpanedo, il 30 settembre 1574 (A.S.Vi., Atto Not. Pietro Maino, 30 settembre 1574).
A Foza, Pasquale Carpanedo del fu Zuanne sta già diventando nel frat­tempo un personaggio: sindaco, ovvero rappresentante di contrada, pre­sente nelle assemblee generali del paese, giudice conciliatore, procurato­re di comune per affari anche di una certa importanza, ecc... Gli atti del­la comunità che lo riguardano sono parecchi. (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 9 marzo 1572; 15 maggio 1572; Atti Not. Gianesino Fincati, 13 maggio 1584, 7 ottobre 1587,11 febbraio 1589, 3 settembre 1589; Atti Not. Antonio Fincati, 12 settembre 1599, 8 novembre 1599...).
Agli inizi del Seicento, il vecchio Pasquale Carpanedo figura ancor vi­vo e presente nella vita del paese, anche in ore di particolare significato civico. (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 14 aprile 1602).
Ma, di lì a qualche decennio, nel 1622, egli è già scomparso e al suo po­sto, a dividersi fra loro l'eredità del padre sul verde prato dello Sbant, compaiono i suoi tre figli: Battista, Antonio e Matteo (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 28 settembre 1622).
Agli inizi dell'Ottocento la contrada dei Carpanedi comprendeva do­dici ceppi familiari (A.P.F., Libro Stato d'Anime, 1811).
Soprannomi:
Sbentenar. È il soprannome che designa la località di origine o di partenza dei Carpanedo: lo Sbant o Sbent... ed è anche forse il soprannome più antico.
Vengono quindi i soprannomi più recenti dell'Ottocento: Tottaro, Checat, Gobat, Niz, Barbon, (Soprannome dei Lazzaretto di Enego); Zotto, Sbentenar-Chegolo, Checat-Stela; e del Novecento: Zotto-Gobat, Nei, Chegolo, Temelin.

Cattagni. La famiglia dei Cattagni figura viva e presente nella storia della comunità di Foza dalla fine del Quattrocento agli inizi del Seicento. Prende nome dal patronimico o capostipite, un certo Cathaneus quondam Janesis, che ci viene incontro nel 1481 in un contratto di vendita di legna­me agli Scolari di Oliero (A.S.Vi., Atto Not. Battista Ferrazzo, 7 luglio 1481).
Sin da quel tempo i Cattagni occupano posti di rappresentanza in seno alla comunità («Janeses Cathaneus sindicus villae Foziae »: A.S.Vi., Atto Not. Battista Ferrazzo, 15 giugno 1491).
I loro nomi di battesimo più ricorrenti, nella documentazione storica di Foza, sono quelli di Gianese (Giovanni), Tomeo (Tommaso), Bonato e Pietro... (A.S.Vi., Atti Not. Andrea Fincati, 20 giugno 1527; 22 agosto I529).
II primo individuo di questa famiglia, a portare il suo cognome al plu­rale (prima di lui il cognome era de Catanio), è appunto un Antonio de Catanio dei Catanii del 1577, sindaco del colonnello di Gavelle (A.S.Vi., Atto Not. Pietro Maino, 22 luglio 1577).
Agli inizi del Seicento, i Cattagni cominciano a disertare gli elenchi degli uomini di comune: segno che la famiglia non è più presente nel co­mune e territorio di Foza...
Agli inizi dell'Ottocento, la famiglia è già sparita (A.P.F., Libro Stato d Anime, 1811).
Ne rimane oggigiorno il ricordo, legato alla contrà dei Cattagni (ultima contrada del paese sulla via per Enego), dove i fratelli Marco e Bartolamio Marcolongo nel 1629 vengono a dividersi i loro beni (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 25 ottobre 1629) (Vedi, alla Toponomastica: Catta­gni), nonché ai soprannomi di alcune famiglie di Foza (v. Marcolongo e Cappellari).

Ceschi. Anche quella dei Ceschi è una delle famiglie più antiche di Foza. Si rifà ad un capostipite di nome Cesco o Francesco, che compare la prima volta in un documento del 1491, dove si fa riferimento agli eredi di Giaco­mo de Cisco, sposato ad una Zuanna del fu ser Domenico Contro, che avevano allora la loro casa di famiglia in Piazza, sul posto dove avevano luogo le convicinie del comune (A.S.Vi., Atto Not. Battista Ferrazzo, 15 giugno 1491).
Nello stesso anno 1491 ci si incontra con uno dei discendenti di questo Giacomo o Giacomino: si chiama Bonato ed ha due figli: Domenico e Giovanni. I due figli sono in lite con Marcolongo e il figlio Donato, « oc­casione percussionis factae per Donacum fìlium dicti Marci » al loro pa­dre (A.S.Vi, Atto Not. Battista Ferrazzo, 16 novembre 1491).
Nel 1542 Giovanni è morto e al suo posto c'è un figlio di nome Cristia­no Dur (A.S.Vi., Atto not. Andrea Fincati, 16 luglio 1542).
Nello stesso anno ci si incontra con un altro Giovanni, figlio del fu Giacomino Cisco e di Zuanna Contro, anche lui soprannominato Dur (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 16 luglio 1542).
Il nuovo soprannome, legato ai Ceschi, sarà sentito talmente caratte­rizzante da far dimenticare spesso il cognome di partenza. Gli elenchi de­gli uomini del comune di Foza di fine Cinquecento, citando Giovanni fu Giacomino, lo chiamano sempre col soprannome e mai col cognome, ec­cetto una sola volta nel 1583, quando viene nuovamente chiamato « ser Giovanni fu Giacomino Ceschi detto Dur» (A.S.Vi., Atto Not. Pietro Maino, 30 gennaio 1583).
Agli inizi dell'Ottocento, i Ceschi si presentano suddivisi in quattro nuclei o contrade: i Ciper o Ciepar con sette famiglie, i Ravanel con due, i Dur con tre, e infine i Ceschi al Pubel con quattro (A.P.F., Libro Stato d'A­nime, 1811).
Nella documentazione storica di Foza, la famiglia Ceschi appare occu­pata, ad un certo tempo, nel commercio del legname, ma nell'Ottocento molti fra i Ceschi esercitano la pastorizia.
Fra i membri di questa famiglia, parecchi hanno avuto in affidamento responsabilità amministrative (sindaci) e uno, verso la fine del Settecen­to, anche quella di pastore d'anime, alla guida della parrocchia (Bartolo­meo Ceschi «Dur»).
Ma reca il nome di questa famiglia anche un sagrestano del Settecento, Pietro Ceschi, nonché uno dei famosi briganti di Foza, che, nel 1628, ven­nero arrestati ai Ronchi di Gallio e trasportati nelle carceri di Vicenza (« Giacomin Duro detto Cischo » (A.S.Vi., Atto Not. Gianesino Finacati, 7 ottobre 1628).
Soprannomi:
Dur (Come si è detto, è il primo e più antico soprannome dei Ceschi e data dagli inizi del Cinquecento); Ciepar ovvero Cipar (Sono una delle prime diramazioni dei Dur, avvenuta verso gli inizi del Settecento: A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, Indice dei Protocolli, anni 1755-1806); Roan o Ronar (Anche'essi, sorti nella seconda metà del Settecento, forma­no o formavano allora una contrada del colonnello di Gavelle); Pruntal (Vale quanto detto per i Roan e i Ciepar: prendono il soprannome dalla Valle della Fontana o Pruntal); Canarieli (Nella seconda metà del Settecen­to, essi costituivano l'ultima casa del colonnello della Piazza, « in faccia al fagaro », al Lampach: A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, Indice dei Pro­tocolli, anni 1755-1806); Passadoro (Anche questo soprannome pare risalga alla metà del Settecento, come quello dei Ceschi di Piazza).
Vengono quindi i soprannomi dell'Ottocento: Tezzelar o Tecelar (È il plurale, pare, di Tezzel e potrebbe significare «Piccola Tegghia»); Ravanelo e Chiappin.

Chiomento. Il capostipite dei Chiomento è figlio dello stesso padre degli Oro. Tanto i Chiomento, infatti, che gli Oro discendono da una radice comune, rappresentata da un certo Heinrich, tedesco, che nel 1491 è pre­sente come testimone in canonica, insieme al rettore pre' Giovanni fu Benedetto di Alemagna, ad un atto di riconciliazione fra i Ceschi e i Marcolongo (A.S.Vi., Atto Not. Battista Ferrazzo, 16 novembre 1491).
Da Heinrich provengono due figli: Clemente, che dà origine ai Chiomenti e Vicenzo che dà origine invece agli Oro.
I  due fratelli e figli di Heinrich (= Oro) nel 1534 sono, infatti, presenti a Foza, « in domo sive caminata ecclesiae Sancte Marie » e cioè in canoni­ca, per vendervi per ventun ducati di trentun grossi ciascuno al parroco don Giorgio di Piazzola, una loro casa in Piazza, murata e coperta a scandole, con cortile sul mezzogiorno, già abitata in comune col fratellastro Cristoforo fu Giovanni (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 8 novembre 1534). Nel 1568 Clemente Hoenraich, capostipite dei Chiomenti è mor­to, e al suo posto rimane il figlio Francesco, con due figli: Marco e Ni­colò.
II 21 novembre 1568, giorno della Madonna della Salute, padre e figli, sborsando sei ducati d'oro del valore di trentun grossi ciascuno, ottengo­no dall'assemblea generale dei capifamiglia di Foza, riunita in casa del de­cano Giovanni fu Gregorio Marcolongo, di essere accolti come cittadini nel comune di Foza, disponendo così di tutti i diritti e i doveri degli altri « fozati », « ita et taliter quod sint dictus ser Franciscus et filii sui et omnes descendentes homines dicti sui comunis Fugiae ad commodum et incommodum... tamquam quilibet eorum de dicto communi Foziae» (A.S.Vi., Atto Not. Gianesino Fincati, 21 novembre 1568).
La famiglia Chiomenti, qualche anno dopo, figura già iscritta nel co­lonnello di Gavelle e Valcestona (A.S.Vi., Atto Not. Pietro Maino, 5 giu­gno 1572), anche se il loro cognome non è ancora, almeno ufficialmente, formalizzato, giacché il padre Francesco, figlio di Clemente, passa ancora all'anagrafe per un Hoenraich (cioè un Oro)...
Lo sarà, invece, agli inizi del Seicento, col terzo figlio di Francesco, Zanmaria, il quale, nella convicinia del 4 febbraio 1607, si dichiarerà co­me « ser Zan Maria quondam (= fu) Francesco Honraich di Chiomenti » (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 4 febbraio 1607).
Nel Settecento, la famiglia, che ha già dato alla comunità diversi sinda­ci e consiglieri di comune, insediata, come si è detto, da ormai trecent'an­ni sul territorio, occupa diverse contrade del colonnello di Gavelle, da cui i Chiomenti trarranno i loro soprannomi e sono: la contrà de' Chiomen­ti, e quelle dei Chiomenti Marcantonio, Cristan, dai Badaili e Steller (A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, Indice dei Protocolli, anni 1755-1806).
Soprannomi:
Steller (È già in uso nel Settecento e deriva dalla località o contrada abitata dai Chiomenti); Badailer (Vale quanto detto per gli Steller).
Ci sono poi i soprannomi dell'Ottocento e sono: Fornet, Sbinch, Fagaro, Algerin, Moro e Men.
Vengono da ultimi quelli del Novecento e sono: Men-Serolo, Mengar, Petarus, Balanz e Screcolo.

Contri. Come quasi tutti gli altri cognomi di Foza, anche quello dei Contri deriva da un nome proprio: Contro (molto diffuso nel Medioevo come nome augurale: v. Bonincontro ecc.).
Il primo rappresentante di questa famiglia è appunto un Contro fu Domenico « de Domo villae Foziae » (Di Ca' di Villa, cioè di Cavelle, con­trada antica di Foza, cosi chiamata per essere situata in Cao alla Villa, cioè al Paese. Vedi: Toponomastica di Foza alla voce Gavelle). Il personaggio nel 1471 viene incaricato ufficialmente dai rappresentanti del comune ad affittare il monte Miela per comprar da mangiare alla popolazione (A.S.Vi., Atto Not. B. Ferrazzo, 6 marzo 1471; 26 maggio 1475).
Vent'anni dopo, Contro di Ca' Ville di Foza, è defunto, ma in paese, nella convicinia del 15 giugno 1491, ci si può incontrare coi due figli Pietro e Domenico (A.S.Vi., Atto Not. B. Ferrazzo, 15 giugno 1591).
Non sembra però siano gli unici perché, verso gli inizi del Cinquecen­to, e precisamente nel 1527, sempre nelle assemblee generali del comu­ne, ne spuntano altri, già adulti e capifamiglia: Antonio, Luca, Baldassare... tutti figli di Contro (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 20 giugno 1527).
Nel 1530, anche il figlio primogenito del capostipite Contro, Domeni­co, è morto e a Foza gli resta il figlio Leonardo, che nel 1536 è già sindaco ovvero rappresentante di contrada (A.S.Vi., Atti Not. Andrea Fincati, 26 giugno 1530; 14 gennaio 1536). Di mestiere fa il muraro e carpentiere in legno, giacché sarà a lui, Leonardo, che gli Angarano di Vicenza, proprie­tari della montagna del Sasso Rosso, si rivolgeranno nel 1543 perché gli costruisca lassù « unam domum sive tegetem muratam », coperta di pa­glia, colle sue porte, le sue finestrelle per le stalle e il suo portico sul davanti (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 9 settembre 1543).
Nel suo lavoro, Leonardo si fa aiutare dai suoi tre figli: Francesco, An­gelino e Michele.
Del resto, anche i suoi fratelli hanno, a quel tempo, le loro famiglie. Luca, che si sappia, ha due figli: uno di nome Giovanni e l'altro di nome Alvise, che nel 1536 è già decano del paese (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 14 gennaio 1536); e il fratello Antonio ne ha almeno un altro, di nome Giacomino, che sarà pure decano di Foza nel 1550 (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 7 settembre 1550).
Alvise e Giovanni, verso la metà del Cinquecento, hanno la loro casa padronale di recente costruzione in Piazza « in contrata Villae »: nel 1545, infatti, essi chiedono e ottengono di essere investiti dal comune dell'affit­tanza di un piccolo appezzamento di terreno vicino alla loro casa, offren­do in cambio una libbra di cera gialla all'anno alla chiesa parrocchiale, alla festa di San Michele (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati..., marzo 1545).
Nel 1562, al posto del cugino Giacomino, come decano del comune, c'è ancora Alvise. Ma, fra gli uomini rappresentativi della comunità, c'è anche un Bortolo Contro, la cui figlia Iseppa è andata sposa ai Carpenedo (A.S.Vi., Atti Not. Gianesino Carpenedo, 1 novembre 1562; 13 maggio 1563) e il cui figlio Battista, reggerà come decano le sorti del comune per diversi anni, e cioè, dal 1572 al 1574 e dal 1577 sino al 1580; dopo di che, egli resterà ancora al governo della comunità, come sindaco o rappresentante di contrada, a partire dal 1581 (A.S.Vi., Atri Not. Pietro Maino, 28 settem­bre 1572, 28 giugno 1573, 8 agosto 1574, 9 aprile 1577, 5 giugno 1581).
La ricchezza e il benessere, base della distinzione sociale di questa fa­miglia, proprietaria di terreni in Valcapra (Nel 1658 i Contri Trolli acqui­stavano per 500 ducati dai Sartori di Bassano quasi un centinaio di campi in località Steller: A.S.Vi., Atto Not. Crestan Menegatti, 24 settembre 1658), e dedita soprattutto al pascolo e all'allevamento, le attireranno più di una volta la gelosia e il sospetto di altre famiglie benestanti o emergen­ti, come gli Omizzolo e gli Alberti, per cui apparirà spesso coinvolta in crimini di violenza sanguinaria e in faide paesane (A.S.Vi., Atto Not. Pie­tro Maino, 9 aprile 1577; Atto Not. Crestan Menegatti, 19 giugno 1653; Atto Not. Pietro Menegatti, 1 settembre 1665).
Nel Settecento, i Contri appaiono già suddivisi in due diramazioni: i Trolli della Valcapra, con due contrade, Trolli di Sopra e Trolli di Sotto; e i Contri di Piazza, detti anche « Venezian » (A.S.Vi., Atti Not. Michel Lazzari, Indice dei Protocolli, anni 1755-1806).
Agli inizi dell'Ottocento, oltre ai Trolli, che costituiscono il nucleo più numeroso (diciannove famiglie), vengono i Costalta (due famiglie) e i Veneziani in Piazza (una famiglia piuttosto numerosa, ma quasi tutta tra­smigrata a Padova) (A.P.F., Libro Stato d'Anime, 1811).
Soprannomi:
Trol (Da cui il plurale Trolli o anche Truli: genere di legname lavorato e pronto alla vendita). È il primo e più antico soprannome dei Contri, deriva­to pare da un ser Michiel fu Domenico, agli inizi del Seicento detto « ser Michiel quondam Domenego Trulo di Contri » (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 1 febbraio 1626); Luca (Il soprannome appare un po' dopo a quel­lo dei Trolli, verso la metà del Seicento, ed è portato la prima volta da un « misser Zuan Antonio Contri detto Luca » che fa l'affìttapecore (A.S.Vi., Atto Not. Crestan Menegatti, 19 settembre 1660); Venezian (È soprannome del Settecento e fa parte dei Contri di Piazza (A.S.Vi., Atto Not. Mi­chele Lazzari, Indice dei Protocolli); Lis (Il primo che porti questo so­prannome è un Alvise Contri « Lis », che nel Settecento aveva la sua casa in Piazza: A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, 24 settembre 1785).
Vengono poi i soprannomi nati nell'Ottocento: Nazzarello, Reko, Refi (Pare una variante del soprannome Reko), Feffar (Plurale di Faff che, in lingua tedesca, vuol dire prete. O non piuttosto da Faifer?In questo se­condo caso, sarebbe senz'altro il più antico dei soprannomi dei Contro... anche se non ne è dimostrabile la continuità... ), Redi, Codevigo (Sopran­nome di chiara origine pastorizia, dovuto a uno dei tanti posti della tran­sumanza di pianura), Sinico, Costeltar (Plurale denominativo dei Contri di Costalta), Cormelli, Curti, Langupaoe, Verdele.
Finalmente, vengono i soprannomi del Novecento e sono: Nardo e Briccherotto.

Cortese. La famiglia entra, a Foza, verso gli inizi dell'Ottocento, con un certo Cortese Marco fu Antonio di Valrovina, che il 29 aprile 1830 sposa una Maria Lunardi fu Giacomo, dalla quale avrà quattro figli: Francesco, Antonio, Giacomo e Lucia (A.P.F., Libro di Stato d'Anime, 1811, alla fine).
Soprannomi:
Molago (montagna al di sopra di Rubbio, dove probabilmente il Cortese conduceva al pascolo i suoi greggi) e Malago (deformazione di Molago).

Cristiani. La presenza dei Cristiani a Foza risale alla fine del Settecento. Nel 1778, infatti, essi compaiono in un elenco di forestieri che, abitando a Foza, dovrebbero versare al comune entro quindici giorni (pena il bando da Foza) una cauzione in denaro, per ogni eventuale mancamento o re­sponsabilità verso il comune. Il documento ne fissa la identità: « Bortolo padre e Francesco figlio Christiani oriundi da Strigno e figlio detto Bor­tolo di Francesco Cristani e marito di Perina Omizzolo dalla Tratta» (A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, 20 luglio 1778). Il loro ingresso uffi­ciale nel comune di Foza avverrà quattordici anni più tardi, il 16 settem­bre 1792, allorché i responsabili dell'amministrazione di Foza, dando ese­cuzione alla delibera della convicinia generale dei capifamiglia del’11 lu­glio 1779, accetteranno « per vero legittimo patriotto Domino Francesco quondam Bortolo Cristiani della Tratta e figlio della quondam Perina quondam Giovanni Pietro Omizzolo... per poter in avvenire aver posse­der e goder tutte l'esenzioni, privileggi, ius in tutto e per tutto come gl'al­tri patrioti originari di questo comune et sarà partecipe alle cariche et al­tro simile ». In cambio di che il Cristiani si impegna a versare al comune cento troni (A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, 16 settembre 1792).
Da questa nuova famiglia fozese uscirà agli inizi dell'Ottocento don Giuseppe Cristiani, destinato a reggere per diversi anni, come arciprete, la parrocchia di Asiago (1828-1844) (P. Gios, Asiago /Preti, amministratori, sin­daci dell'Ottocento, Asiago 1983, pp. 38-45).
Soprannomi:
Della Tratta (È il soprannome originario derivato dalla contrada di origi­ne, vicino alla Piazza: A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, 16 settembre 1792).
Vengono quindi nell'Ottocento i due soprannomi: Poi e Sacerdote.

Da Gallio, v. Gheller.

Dal Campo, v. Martini.

Dalla Stona, v. Stona.

Dalla Tratta, v. Cristiani.

Dal Pubel. v. Rigo.

Fabro. E cognome di famiglia presente a Foza verso la fine del Cinquecen­to. Lo portava un certo ser Dominicus quondam ser Bernardini Faberi de Gallo habitans Foziae, testimonio in una convicinia generale del comune del 21 novembre 1568 (A.S.Vi., Atto Not. Gianesino Fincati, 21 novembre 1568). Costui aveva un orticello, confiscato verso il 1594, forse per tasse o colte non pagate, dal colonnello del Pubel e venduto a Gianese Marcolongo. Il quale, nel 1613, lo restituisce al comune, che lo ripassa agli eredi del Fabro (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 28 dicembre 1613).

Faganello. Il nome del capostipite di questa famiglia è un Giacomo, che ci viene ricordato dal figlio nel 1577.
Il 22 luglio 1577, infatti, Marco fu Giacomo Faganello, viene designato, insieme ai membri di varie famiglie di Foza, ad eleggere i sindaci o rap­presentanti delle contrade del comune (A.S.Vi., Atto Not. Pietro Maino, 22 luglio 1577): segno che i Faganello sono già iscritti da tempo fra gli elettori del comune.
Verso gli inizi del Seicento Marco Faganello è morto e nell'elenco de­gli elettori presenti all'assemblea dei capifamiglia del paese c'è il figlio Zamaria del fu Marco; ma, nello stesso elenco, c'è anche un Cristano fu Giacomo Faganello: segno che a questo tempo di famiglie Faganello ce ne sono almeno due (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 14 aprile 1602).
Nel Settecento, i Faganello, che già abitano da tempo al Pubel, for­mando addirittura la contrada Faganelli (A.S.Vi., Atto Not. Michele Laz­zari, Indice dei Protocolli, anni 1755-1806), sembra abbiano raggiunto, at­traverso l'esercizio della pastorizia, una certa agiatezza: un Battista Faganello nel 1751 è, infatti, già in grado di comprarsi dal comune 17 campi in località Bollenraut (A.S.Vi., Atto Not, F. Antonio Omizzolo, 13 settembre 1751).
Agli inizi dell'Ottocento i Faganello a Foza comprendono sette fami­glie (A.P.F., Libro Stato d'Anime, 1811).
Come famiglia, i Faganello a Foza non sono mai stati né numerosi né rumorosi; però hanno saputo esprimere un parroco esemplare, don Mar­co Faganello (1824-1837), cui si deve l'inizio delle Feste Quinquennali, e un maestro di scuola elementare attivo, nel secolo scorso e nel nostro, per circa un quarantennio.
Soprannomi:
L'unico soprannome, registrato nei registri di Stato d'Anime dell'Otto­cento, è quello di Rautener, che potrebbe essere anche più antico e che si­gnifica quelli del Raut (o del Bollenraut, al Pubel).

Faifer. Era cosi .chiamato o soprannominato, nel 1491, un Giovanni fu Do­menico, esercitante la professione del pastore, che si fa incontrare a Valstagna dal notaio per vender a Pietro Ruberton otto pecore e un'agnella al pascolo nei pressi di Gazzo Padovano (A.S.Vi., Atto Not. Battista Ferrazzo, 28 aprile 1491).
La sua permanenza a Foza durerà sino al giugno di quell'anno, per es­sere presente all'assemblea generale dei capifamiglia e discutere sul pa­scolo degli armenti e delle greggi entro i confini comunali (A.S.Vi., Atto Not. Battista Ferrazzo, 15 giugno 1491). Poi lascerà Foza per non farvi più ritorno... A meno che non sia un suo rampollo quell'Antonio fu Giovan­ni di Domenico del Pubel, presente alla convicinia generale dei capifami­glia, il 20 giugno 1527 (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 20 giugno 1527), e il cognome dei Faifer (pifferaio?) non abbia finito per diventare uno dei soprannomi dei Contri (vedi il soprannome dei Contri: Feffar).

Gheller. Appunto perché significa di Gallio, la famiglia dei Gheller («Illorum de Gallio » dicono gli antichi documenti del paese) non è nata a Foza, ma proviene da Gallio, dove, a quanto sembra, i Gheller avevano già il cognome di Girardi.
Il suo capostipite fozese, infatti, si chiama Iacobinus quondam Nicola Girardi de Gallio, cioè Giacomino fu Nicolò Girardi di Gallio. Nel 1527 Giaco­mino Gheller, figura già iscritto da tempo nel comune di Foza e quindi in grado di partecipare, come partecipa, alle assemblee generali dei ca­pifamiglia del paese  (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 20 giugno 1527).
Il figlio suo, Domenico, che nel 1530 ha già tre figli, Piero, Antonio e Bartolomeo, fa, come tanti altri, il pastore: compra e vende pecore... Ogni pecora, al suo tempo, vale un ducato, e lui di pecore, nel 1530, ne deve avere a centinaia (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 9 maggio 1530); e colle pecore, campi, prati e boschi, sia in contrà di Valcestona come in quella del Chesertal e del Gairech (A.S.Vi., Atti Not. Andrea Fincati, 22 maggio 1530; Atti Not. Gaspare Gianese, 25 ottobre 1540; Atti Not. An­drea Fincati, 19 agosto 1543).
L'attività pastorale e mercantile non gli impedisce di prendere parte, come consigliere, alle assemblee del comune (A.S.Vi., Atto Not. Gianesino Fincati, 1 novembre 1562).
Comunque, nel 1567, a Domenico Gheller è già succeduto il figlio Zamaria (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 11 novembre 1567).
Se il nonno di Zamaria, Giacomino, è arrivato a Foza verso la fine del Quattrocento o inizi del Cinquecento, ci sono però altri Gheller che a Foza, verso la metà del Cinquecento, non sono ancora iscritti nelle liste del comune: sono ser Antonio fu Giacomino Gheller fratello di Domeni­co e quindi zio di Zamaria e ser Pasquale fu Pietro Gheller. Essi il 3 feb­braio 1568 chiedono e ottengono di far parte, come cittadini di pieno di­ritto, della comunità, impegnandosi a versare in compenso, al prossimo San Martino, dieci pecore ovvero dieci ducati ciascuno (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 3 febbraio 1568).
Dei due, Antonio coprirà per diversi anni (dal 1572 al 1576 e dal 1578 al 1582) la carica di decano del comune, intervallata da quella di sindaco (A.S.Vi., Atti Not. Andrea Fincati, 15 maggio 1572; 25 marzo 1573... ; Atto Not. Pietro Maino, 8 settembre 1583), mentre di Pasquale non si saprà più nulla. Sino al 1599, quando a sostituirlo, già defunto, ci sarà il figlio Piero fu Pasquale il quale continuerà a fare il pastore, l'estimatore di pecore e di bestiame grosso, e il litigante sino alla fine dei suoi giorni (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 26 settembre 1599).
Nel 1611, infatti, egli appare in lite coi Cerato di Enego e l'anno dopo con Battista Martini della Valcestona, per avergli ammazzato un fratello (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 15 febbraio 1611; 25 novembre 1612).
Del resto, il quadro offertoci dai discendenti di Giacomino Gheller nella Foza del Seicento, è tutt'altro che raccomandabile. Nel 1611 sono in lite col comune; nel 1661 coi Lunardi (e correrà del sangue prima che si plachino... ) e nel 1663 coi Lazzaretti (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 11 settembre 1616; Atti Not. Crestan Menegatti, 27 luglio 1661; 15 agosto 1662; 17 giugno 1663).
Ma, nel Seicento, Foza è (e non soltanto per colpa dei Gheller) una specie di bolgia di bestie feroci.
Il merito storico dei Gheller nei confronti di Foza è forse quello di es­sere stata una delle famiglie più robuste, intraprendenti e prolifiche della sua storia.
Nel Settecento i rami di questo potente faggio fozese sono già sei, di­stinti per contrade e per colonnelli: I Gheller Gaiof, i Gheller dai Cloz e i Gheller Ghigni del colonnello di Gavelle; i Gheller Spaibaral Capitello del colonnello del Pubel; e infine i Gheller Cruni del colonnello di Piazza (A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, Indice dei Protocolli, anni 1755-1806).
Agli inizi dell'Ottocento il clan dei Gheller, a Foza, conta ben otto contrade: i Furlani, con sei famiglie, i Clozzi con due, i Gavelle con due, i Gaiof con quattro, i Goazar con due, i Ghigni con dieci, i Cup con due e i Crun con sette (A.P.F., Libro Stato d'Anime, 1811).
Soprannomi:
Boldù: è forse uno dei soprannomi più antichi, documentato sin verso la fine del Seicento. Lo porta un Bonora Gheller di Giacomino nel 1693, bandito dal territorio della Repubblica Veneta per aver ucciso, insieme ad altri Gheller, misser Agostino Agostini di Bortolamio di Enego (A.S.VL, Atto Not. Stefano Menegatti, 14 ottobre 1693); Gaiof: si tratta di un soprannome del Settecento presente, come si è detto, fra gli abitanti del colonnello di Gavelle (A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, Indice dei Protocolli, anni 1755-1806); Ghigno, Spaibar, Crunn: anche di questi so­prannomi vale quanto detto per il soprannome Gaiof.
Vengono poi i soprannomi, la cui presenza ci viene attestata solo nel­l'Ottocento, come Roaner, Furlan, Gozzer, Rizzo, Moro, Pozzer, Cloz, Mercat, Cup.
E finalmente quelli coniati, a quanto pare, nel Novecento, come Pico, Culaz, Tonat, Meneghet, Cain, Tel, Baccan, Sarte, Biot, Fabbro, Ciorbolo, Cavria, Chelle, Crunazzi (Peggiorativo di Crunn), Ronar (Nuova versione di Roaner, senz'altro più antico).

Giorgi. È famiglia antichissima di Foza, al pari di tante altre.
Il suo capostipite, certo Sigismondo fu Giorgio di Foza, il 26 maggio 1475, a Valstagna in casa Callegari vende a Cristoforo del fu mastro Leo­nardo Callegari (uno degli zii del futuro parroco di Foza, don Leonardo Callegari di Valstagna) un prato di circa quattro opere (un'opera era pari ad una giornata di lavoro!) per nove ducati d'oro e ne vien immediata­mente reinvestito, come fittavolo, per il canone annuo di lire 3 e soldi 8, più una libbra di formaggio all'anno (A.S.Vi., Atto Not. Battista Ferrazzo, alla data).
Nell'assemblea generale dei capifamiglia di Foza del 1491 è presente insieme al figlio Giovanni (A.S.Vi., Atto Not. Battista Ferrazzo, 15 giugno 1491).
Mezzo secolo dopo, la famiglia Giorgi o Zorzi è ancora rappresentata da un certo Piero fu Giovanni, nipote dell'avo Sigismondo, uno dei tre sindaci del comune (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 16 luglio 1543; marzo 1545).
Poi i Giorgi a Foza scompaiono, assorbiti, a quanto pare, dalla famiglia Perenzan (v. Perenzan).

Grandotto. È famiglia importata a Foza, agli inizi dell'Ottocento, da Ros­sano. Il suo capostipite, Andrea del fu Giovanni, dopo aver sposato il 17 febbraio 1819 a Rossano, Maria Lunardi fu Pietro, passa a fissare la sua re­sidenza a Foza, in contrà dei Guzzi. E qui avrà due figli: Giovanni (29 agosto 1824), che ne continuerà il nome e Maddalena (17 agosto 1829) (A.P.F., Libro Stato d'Anime, 1811, n. 171).
Soprannomi:
L'unico soprannome di questa famiglia deriva dalla professione dei suoi membri, nel Novecento, ed è quello di Fornaro.

Guzzo. Anche la famiglia Guzzo, stando almeno ai documenti antichi, ap­pare presente e inserita nella comunità fozese sin dalla fine del Quattro­cento.
All'assemblea dei capifamiglia del 1491, infatti, appare presente un cer­to Gutius o Guzzo, che potrebbe esserne benissimo il capostipite (A.S.Vi., Atto Not. Battista Ferrazzo, 15 giugno 1491).
Nel 1577, sempre fra gli uomini di comune, figurano due nipoti di que­sto Guzzo: Cristano Guzzo fu Matteo e Vittore Guzzo fu Giacomo (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincato, 2 luglio 1577). I due hanno anche due fratelli, forse più giovani, che si lasciano riconoscere per tali in un'altra as­semblea generale dei capifamiglia del comune: ser Cathaneus quondam Jacobi Guzzi e ser Baptista filius ser Victoris Guzzi (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 14 aprile 1602).
Ambedue abitano a Gavelle, come i loro padri e i loro nonni... Sono gente economicamente modesta: fanno i boscaioli e i carbonari, e qual­cuno anche il pastore... Un Domenico Guzzo fu Primo, nel 1658, prende in affitto per cinque anni dal comune il bosco della Valgadena, per farvi carbone per troni cinque alla soma (due sacchi) (A.S.Vi., Atto Not. Crestan Menegatti, 30 settembre 1658), mentre un altro Guzzo, Iseppo fu Giacomo, quattro giorni dopo, affida in affittanza al pastore Zamaria Perenzan fu Lunardo, che sta partendo per la transumanza della pianura, 52 pecore fattore e tre terpe per tre troni l'una (A.S.Vi., Atto Not. Crestan Me­negatti, 4 ottobre 1658).
Ma, nel Settecento, per qualche famiglia dei Guzzi, le cose stanno già peggio, come per la famiglia Antonio Guzzi, il quale il 27 febbraio 1740, dopo essere stato più volte soccorso « in farina e in denaro » da Sebastiano Contri, si ritrovava « ancora in necessità d'esser soccorso, vedendosi co­stretto di dover perir da fame con sua moglie e fantolini picoli et esso ma­lato...» (A.S.Vi., Atto Not. F. Antonio Omizzolo, 14 febbraio 1740).
Fra le famiglie dei Guzzi del colonnello di Gavelle il notaio Michele Lazzari della seconda metà del Settecento ricorda i Guzzi Mustachi e Scafetta (A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, Indice dei Protocolli, anni 1755-1806).
Agli inizi dell'Ottocento, i Guzzi abbracciano sette famiglie, quasi tut­te dedite alla pastorizia (A.P.F., Libro Stato d'Anime, 1811).
Soprannomi:
Già dal Settecento, come si è detto: Mustachi e Scafetta.
Dopo i soprannomi summenzionati, presenti nella documentazione storica del Settecento, vengono quelli dell'Ottocento: Bianco e Giachel (Diminutivo di Giacomo); e quelli del Novecento: Scafet-Puifo, Nanetti, Osto, Brich, Brich-Osto, Brich-Seco.

Lazzaretti. E un ramo della famiglia Baido che verso la prima metà del Cinquecento ha finito per assorbire e annullare nella sua discendenza il cognome di origine. L'ultimo Baido e il primo dei Lazzaretti è, infatti, un Gianese fu Lazzaretto Baido, il quale nel 1540 acquista per 32 lire dal capo­stipite dei Gheller, Giacomino di Nicolò Girardi di Gallio, un appezza­mento di terra ronchiva di due campi circa posto in Val Cestona (A.S.Vi., Atto Not. Gaspare Gianese, 25 ottobre 1540). L'anno dopo, 1541, questo Lazzaretto figura nelle liste dei « sinici, degani, massari e rectori de la co­munità di Foza » (A.S.Vi., Atto Not. Gaspare Gianese, 24 ottobre 1541) e due anni più tardi, nel 1543, come uomo dell'amministrazione comunale, è in trattative con Pellegrino Cropa di Valstagna per prolungargli, a no­me del comune, di altri cinque anni, per 37 ducati all'anno, il pascolo del­la montagna del Vanzo (A.S.Vi., Atto Not. Gaspare Gianese, 19 gennaio 1543).
Nello stesso anno, il suo nome figura ancora fra i confinanti dei beni, posseduti dai tre fratelli Domenico, Paolo e Stefano Marcolongo «in contrata del Ghevele in loco del Hilmech » (A.S.Vi., Atto Not. Andrea
Fincati, 19 agosto 1543).
Agli inizi del Seicento, sono ancora vivi a Foza due suoi fratelli: Giaco­mino e Zuanne, che sono in condizioni economiche tali da farsi affittare dal comune per cento troni all'anno la montagna delle Fratte, a patto pe­rò che « avanti il tempo de smontegare dalle montagne cioè da San Bor­tolo ... essi fratelli conduttori possino il primo anno andar con il bestia­me che teniranno sopra essa montagna ogni sera a casa sua o dove meglio li parerà, ma il secondo anno siano tenuti tenir tutto il bestiame sopra es­sa montagna et ingrassarla diligentemente come si conviene » (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 20 aprile 1603).
Ad un secolo e più di distanza da questo contratto, i Lazzaretti di Gavelle formano già una contrada, destinata a soppiantare l'antica Capovilla (Gavelle).
La stirpe dei Lazzaretti, agli inizi dell'Ottocento, comprende già nove famiglie (A.P.F., Libro Stato d'Anime, 1811), dedite quasi tutte alla pastorizia.
Soprannomi:
Baido : è forse, come si è detto, il cognome originario dei Lazzaretti, desti­nato col tempo a trasformarsi in soprannome. Viene quindi Brich o Bricar: soprannome dei Lazzaretti che passerà col tempo (già nel Settecento) agli Omizzolo (A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, Indice dei Protocolli, anni 1755-1806).
Vengono quindi, ma molto più tardi (nel Novecento) i soprannomi: Rizzo, Menoi, Barabba.
Lazzari. Fra gli uomini del comune di Foza, riuniti « supra altare cimiterii de Fugia » per l'assemblea generale del 2 giugno 1527, c'è anche un Jacobus quondam Lazari de Baido (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 20 giugno 1527). È il capostipite dei Lazzari di Foza, che non ha ancora cambiato il cognome originario dei Baido in quello dei Lazzari, ma lo farà presto... Nel 1530, infatti, in un atto di scambio tra i Gheller e ser Antonio della Leguna (Pruntal), dove l'uno offre pecore « buone sane e cornute » e l'al­tro terreni, compaiono sia Jacobus Lazari che il figlio o fratello Michele (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 9 maggio 1530).
Intorno a quel tempo, Giacomino di Lazzaro possedeva anche parte della montagna del Sasso Rosso, che avrebbe presto venduta (1540) agli Angarano di Vicenza (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 11 agosto 1544).
Quasi una trentina d'anni dopo questa vendita, all'atto di ammissione nella comunità di Foza dei Chiomento, è presente un nipote di Giacomi­no, Cristano Lazzari fu Lunardo, eletto sindaco del comune sin dall'anno precedente (A.S.Vi., Atto Not. Gianesino Fincati, 21 novembre 1568).
I Lazzari stanno, dunque, dando la scalata alle cariche comunali. Qual­che anno dopo, infatti, come sindaco del comune, ci sarà Bartolomeo del fu Giacomino (1572), poi di nuovo Cristano (1577) (A.S.Vi., Atti Not. Pie­tro Maino, 17 settembre 1572-20 ottobre 1577) e finalmente nel 1602, un altro Cristano, ma figlio di Bartolomeo ormai defunto (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 9 giugno 1602).
II Seicento vede i Lazzari ancora dediti all'allevamento e alla pastori­zia: i fratelli Bortolo (il cui figlio Antonio si farà eremita a San Francesco) e Zamaria, nel 1637, ottengono in affitto dal comune la montagna delle Fratte (A.S.Vi., Atti Crestan Menegatti, 5 maggio 1637; 8 settembre 1639).
Alieni, a quanto pare, dalle contese e dal sangue, resteranno tuttavia anche loro vittime, in quel secolo, delle faide paesane (A.S.Vi., Atto Not. Crestan Menegatti, 24 giugno 1660).
Nel Settecento, avranno un notaio: Michele Lazzari (1755-1806) e nel secolo seguente, un parroco del paese: don Lazzaro Lazzari (1878-1883).
Il loro nome nei secoli andati era legato alla contrada dei Lazzari Gros nel Crachental (colonnello di Gavelle) e alla contrada dei Lazzari in Piazza (A,S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, Indice dei Protocolli, anni 1755-1806).
Soprannomi:
Gros: è il soprannome di famiglia più antico, risalendo quanto meno al Seicento. Lo recava allora un ser Michele fu Giacomo di Lazzari detto Gros, presente nella convicinia di Foza del 18 ottobre 1626 (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 18 ottobre 1626).
Vengono poi, ma sono tutti documentabili, a partire dagli inizi del Novecento, i soprannomi di: Pierone, Organista, Catuz.

Lunardi. Tratteggiare sia pure per sommi capi la storia di questa famiglia di Foza è come riprendere per mano la storia di tutto il paese...
Come quella di quasi tutte le altre famiglie di Foza, anche quella dei Lunardi si rifà ad un capostipite di nome Leonardo (non si deve dimenti­care che nel Medioevo san Leonardo di Passiria era uno dei santi più co­nosciuti e venerati nei nostri paesi e il suo santuario uno dei più frequen­tati...).
La documentazione storica non ci riporta direttamente al capostipite, bensì al figlio di costui: Jacobus filius Leonardi, presente il 15 giugno 1491, insieme a tanti altri capifamiglia di Foza, all'assemblea generale del co­mune per deliberare in materia di pascoli.
Giacomo vi figura presente, non solo per se stesso, ma anche pro patre suo e cioè per il padre Lunardo (A.S.Vi., Atto Not. Battista Ferrazzo, 15 giugno 1491).
A Foza, nel 1527, Leonardo di Pasquale (è cosi che si chiama il padre di Leonardo) è già defunto e anche tre dei suoi sei figli sono morti: Giaco­mo, Vincenzo e Antonio... Ma ne restano altri: Francesco, Marco e Do­menico del fu Lunardo, e i figli di Giacomo, Pasquale, appunto, come il nonno, e di Vincenzo, Giovanni Antonio, che ha osteria in Piazza, eredi­tata dal padre... (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 20 giugno 1527; 22 agosto 1529).
Per l'osteria di Giovanni Antonio Lunardi del fu Vincenzo passa un po' tutto il paese ed è quindi il luogo privilegiato dei notai, che giungono a Foza da Gallio per mettere un po' di nero sul bianco per tante faccen­de...
Non solo, ma nei pressi di questo locale, che dà sulla Piazza, vengono a riunirsi di tanto in tanto le assemblee generali del comune, dominate in maniera sempre più massiccia dai Lunardi.
Tra le famiglie di Foza, infatti, nel Cinquecento, ma anche nel Seicen­to, nessuna come quella dei Lunardi, fornirà tanti rappresentanti all'am­ministrazione del comune.
Si comincia nel 1536 col decanato di Domenico Lunardi, fratello di Giacomo, che durerà sino al 1541 e che poi sarà ripreso, a partire dal 1546, dal figlio Zuanne (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 14 gennaio; 28 feb­braio 1546). Nel 1585 la carica di decano, la più importante del comune, è ancora in mano ai Lunardi e precisamente al figlio dell'oste di Piazza, che si chiama Vincenzo, come il nonno (A.S.Vi., Atto Not. Gianesino Fincati, 14 luglio 1585), e dal padre, nel 1597 passerà al figlio Giovanni Antonio, che rimarrà in sella al suo decanato sino al 1609. (A.S.Vi., Atti Not. Anto­nio Fincati, 28 dicembre 1597; 1 gennaio 1609).
Senza contare poi i sindaci o rappresentanti di contrada di questo co­gnome, che sia nel Cinquecento come nel Sei e Settecento sono numero­sissimi ... Ma si tratta di una famiglia prolifica, che alla fine del Cinque­cento è già diramata, a partire dalla Piazza, in tutti i colonnelli e le contra­de del paese.
Dagli inizi del Seicento e per tutto il secolo, i Lunardi, che già possie­dono prati, boschi e case, pecore e vacche un po' dappertutto (dal Farti-necche sul Crachental al Ribenach e dalla Valgadena al Pubel, oltre che nelle contrade di Piazza...), appaiono coinvolti in numerose contese fa­miliari, qualche volta anche cruente.
Le registriamo per dovere di cronaca, come ci vengono ricordate dagli atti dei notai: nel 1604 essi sono in lite cogli Alberti (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 26 agosto 1604); nel 1621 coi Marcolongo (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincato, 22 febbraio 1621); nel 1630 di nuovo cogli Alberti (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 10 novembre 1630); nel 1659, di nuo­vo coi Marcolongo, 24 giugno 1659); nel 1661 coi Gheller (A.S.Vi., Atto Not. Crestan Menegatti, 27 luglio 1661).
Ma va ad onore di questa stirpe l'aver dato, oltre a qualche bravo sacer­dote, anche tre notai: l'uno nel Seicento, Marco Lunardi (1667-1693), e gli altri due nel Settecento: Giacomo Lunardi (1718-1751) ed Ermete o Giu­seppe Lunardi (1762-1798).
I numerosi soprannomi dei Lunardi sono il segno della diffusione del­la famiglia. Nel Settecento essa costituiva in paese ben 19 contrade (ma­gari di una o due case ciascuna)... Eccole, come ci sono state registrate dal notaio Michele Lazzari (1755-1806): a Gavelle: i Lunardi sora la Valga­dena; quelli al Capitello; gli Scarpari e i Lunardi dai Prenzani; al Pubel: i Lunardi al Capitello; in Piazza: i Labental, i Vux alla Tratta, gli Scott (già emigrati ad Este), gli Haco, i Vux detti Cò, gli Attareben, i Gechelin Attareben, i Lunardi al Torneche, a Stona : i Ballot, i Peran, i Durneche Agneloni, i Capo nel Durneche; agli Alberti: i Dai Costa e i Ciscar al Ribenach (A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, Indice dei Protocolli, anni 1755-1806).
Nell'Ottocento, i Lunardi figurano disseminati un po' su tutto il terri­torio del comune: ai Cattagni (due famiglie), a Gavelle (16 famiglie), al Capitello (tre famiglie), al Labental (undici famiglie), a Leccar (due fami­glie), ad Atreben (otto famiglie), al Tornecche (quattordici famiglie), al Durrench (dieci famiglie, tre dei Capi e sette degli Agnelon), ai Perani (tre famiglie), a Stona (due famiglie) e ai Costar (altre due famiglie) (A.P.F., Libro Stato dAnime, 1811).
Soprannomi:
Pasquale: è forse il primo dei soprannomi dei Lunardi, prima che comin­ciassero a chiamarsi Lunardi (Ser Dominion quondam ser Lunardi Pascalis de Fozia decanus dicti loci: A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 20 marzo 1530); Dal Pra: come soprannome è già vivo agli inizi del Seicento e appartiene ai Lunardi del Ribenach (Testamento di Domenico Lunardi Dal Prà: A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 25 settembre 1629); Cost: il primo, co­me sembra, a portare questo soprannome è un Zuanne Lunardi detto Cost del 1680 (A.S.Vi., Atto Not. Marco Lunardi, 27 ottobre 1680); Gozzer: appare già presente nell'onomastica fozese della prima metà del Set­tecento, al pari della contrada omonima (A.S.Vi., Atto Not. Omizzolo F. Antonio, 26 giugno 1754); Labental: come i soprannomi Vux alla Tratta, Scot, Hacho, Vux detti Cò, Attareben e Gechelin, nelle sue varie forme Gicchelin e Giechelin, sono tutti già in uso sin dalla metà del Settecento, e deriva­no, quasi tutti, dalle varie contrade o località, abitate dai Lunardi della Piazza (A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, Indice dei Protocolli); Peran: nel 1764 ci si incontra con un misser Francesco Lunardi Peran che ha i suoi beni al Durnech (A.S.Vi., Lazzari Michele, 19 febbraio 1764); Agne­lon: ha origine al Dorneche e si addice alla professione originaria dei Lu­nardi di questa famiglia (A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, Indice dei Protocolli), Oscar (Nel 1746 è il soprannome di una famiglia dei Lunardi del Ribenach del colonnello degli Alberti: A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, Indice dei Protocolli), Smit (Il primo a portare questo sopranno­me - che significa Fabbro - è un Pietro Lunardi fu Cristan nel 1758: A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, 28 agosto 1758), Halber (Nel 1768 i Lu­nardi Halber figurano come provenienti dai Ronchi di Gallio: A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, 7 agosto 1768); Cis: nel 1790 a Foza sono già presenti gli eredi di colui che ha portato per primo questo soprannome: Domenico Lunardi Cis (A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, 27 settembre 1790); Scarpari: ha chiaramente origine dalla professione dei Lunardi del colonnello di Gavelle, che per primi sono stati chiamati cosi (A.S.Vi., At­to Not. Michele Lazzari, Indice dei Protocolli, anni 1755-1806).
Vengono quindi i soprannomi dell'Ottocento, come: Stracco, deforma­zione canzonatoria di Haccho, Osei, Carlot, Der, Tognon, Ballot, Capo, italia­nizzazione a quanto pare del soprannome settecentesco dei Lunardi Vux detti Cò (A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, Indice dei Protocolli, anni 1755-1806); Laeno, Gec, Bon, Chiorck, forse dal nome Giorgio; Cattagno, Leccar (soprannome dei Gianesini di Gallio); Pierazza, Scarreggier, Reutar, Totaro, Scattolin, Gucchia, Sartor, Castellari, Biagio, Holar, Mula.
Finalmente arrivano i soprannomi del Novecento: Maino, Guccia, Buro, Chigno-Tonat, Fedeletto, Totaretto.

Marcolongo. La stirpe dei Marcolongo, diversamente da tante altre fami­glie di Foza, deve la sua origine non a un nome, ma ad un soprannome. Lo troviamo indosso, la prima volta, ad un Gianese (Giovanni) sopranno­minato Longo.
Il figlio di costui, Marco, verrà a chiamarsi, appunto, Marco Longo e i suoi discendenti, figli e nipoti di Marcolongo.
Nel 1481 Marco Longo è a Valstagna in casa del capostipite dei Signori, un certo mastro Guglielmo sartor, detto il Signor, per mettersi d'accordo col figlio Giovanni e i fratelli Scalco e Giacomo per un carico di cinquan­ta piane di ventiquattro piedi di lunghezza ciascuna per 17 lire e 9 soldi, da consegnare come al solito alla posta o luogo consueto alla consegna del legname (A.S.Vi., Atto Not. Battista Ferrazzo, 6 aprile 1481).
Nella convicinia del 1591, Marcolongo si fa trovare sulla Piazza di Fo­za, davanti alla casa dei Ceschi, insieme allo zio paterno Bonato, fratello pare di Gianese e figlio di un altro Marco... (A.S.Vi., Atto Not. Battista Ferrazzi, 15 giugno 1591).
La discendenza di Marco Longo, da come ci viene presentata dai notai di Foza, è la seguente: da Marco nascono quattro figli: Donato, Nicolò, Giacomo e Gianese.
Dal figlio Donato nasceranno Gabriele, Giacomino, Bortolo e Leonar­do e dal figlio Nicolò, il più noto e il più documentato dei Marcolongo del Cinquecento (presente fra l'altro come rappresentante del comune al pagamento del nuovo campanile di Foza nel 1494), avranno origine Paolo e Gregorio.
E per ora basta cosi!
Tanto Paolo che il fratello Gregorio assistono il padre Nicolò Marco­longo nei suoi traffici di legname, ma anche nei pascoli e nella pastorizia, accumulando, anno dopo anno, un ingente quantitativo di beni in case, terreni, boschi e molini.
Alla sua morte, infatti, nessuna, ovvero ben poche famiglie a Foza, avranno tante terre, bestiame e case, come i Marcolongo...
Alla divisione del patrimonio paterno e materno, nel 1530, Paolo figlio di Nicolò, verrà ad avere una parte della casa nuova, costruita dal padre e dal fratello Donato in contrà della Villa (Piazza) e in più: 12 campi in contrà del Pubel, altri 12 al Chemple in Valcapra, altri 20 in località Zonlaite (Costa del Sole), altri sei al Lelmech in territorio di Gavelle e 25 campi al Lampach. Gregorio, invece, suo fratello, oltre al suo pezzo di casa nuova in Piazza, avrà 5 campi di terra ortoliva vicino a casa, 18 in contrà del Dornech in Valpiana, altri 20 in Valpiana, 8 in contrà Onstal, 7 al Pubel e 12 e mezzo nuovamente al Pubel, 16 in contrà dello Staich, 8 in quella dell'Artina, altri io al Dornech e altri 12 al Pubel (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fin­cati, 5 agosto 1531).
Oltre agli affari di famiglia (nel 1535 i due comperano dallo zio Gianese anche la sua parte di molino, già da tempo in comproprietà con lui, sul fiume Oliero: A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 4 maggio 1535), sia Gre­gorio che Paolo avranno tempo e modo di occuparsi anche di quelli del comune, a partire dal 1540... Nel 1543 Paolo è sindaco e Gregorio decano (A.S.Vi., Atto Not. Gaspare Gianese, 19 gennaio 1543). L'anno seguente Gregorio, sempre come decano e rappresentante dell'amministrazione comunale, farà valere il suo consiglio per la ricupera della montagna del Sasso Rosso (A.S.Vi., Atto Not. Gaspare Gianese, 11 agosto 1544) e nel 1545 sarà a Valstagna per vendere a Pellegrino Cropa, un appezzamento di terra arativa in quella località (A.S.Vi., Atto Not. Gaspare Gianese, 23 febbraio 1545).
Alla morte prematura di Gregorio, fra la primavera e l'estate del 1545, i figli in attesa di spartirsi l'eredità paterna sono cinque: Giacomo, Marco, Antonio, Nicolò e Giovanni... Ma qualsiasi divisione, per esplicita vo­lontà paterna, è vincolata all'osservanza delle seguenti condizioni: che i cinque fratelli stiano insieme per altri otto anni, obbedendo al maggiore Giacomo e non vendano alcunché di casa senza sua espressa licenza; che onorino e obbediscano allo zio Paolo come se fosse loro padre e rispetti­no la loro matrigna, Orsola, trattandola come madre (A.S.Vi., Atto Not. Gasparo Gianese, 16 luglio 1545).
Due anni prima di Gregorio, nel 1543, era morto il cugino Gabriele fu Donato, lasciando tre figli maschi: Paolo, Stefano e Domenico. I tre, nell'agosto dello stesso anno, riuniti insieme sull'aia della loro casa, in contrà del Chesertal, regolavano le modalità della loro successione ai be­ni del padre: Paolo e Stefano divenivano proprietari della casa del Che­sertal, con orto e mezzo campo di terra intorno; in più, si pigliavano altri cinque campi sempre nella stessa località, altri cinque campi e tre quarti al Langhe Raut, tre campi e mezzo in località Hilmech (o Lelmech) a Ga-velle e finalmente altri 40 campi circa in località Steller... lasciando al fratello Domenico trenta campi di terra prativa, arativa e ronchiva al Gai-rech ai confini coi Chiomenti (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 19 ago­sto 1543).
Morti dunque i vecchi, verso la metà del Cinquecento, compaiono le nuove generazioni.
In comune e alle assemblee generali del paese, in Piazza o in casa degli stessi Marcolongo, al posto del padre Gregorio, nel 1568, c'è come decano il figlio Giovanni (in quello stesso anno egli vende al comune un appezzamento di terra in contrà de Marcolonghi: A.S.Vi., Atto Not. Andrea Finca­ti, 5 gennaio 1568), e nel 1588, al posto dello zio Paolo Marcolongo, c'è, sempre come decano, il figlio Cristano (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Finca­ti, 11 novembre 1567; Atto Not. Gianesino Fincati, 21 novembre 1568; At­to Not. Pietro Maino, 30 gennaio 1583; Atto Not. Gianesino Fincati, 6 no­vembre 1588).
Agli inizi del Seicento, alle assemblee generali o convicinie dei capifa­miglia del comune, i Marcolongo presenti (senza contare dunque gli as­senti) sono almeno dieci (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 20 giugno 1602).
La stirpe, uscita verso la fine del Quattrocento, dal primo Marco Longo, sta dunque diramando e moltiplicandosi.. per il meglio e il peggio.
Da un Giacomino fu ser Marco (che potrebbe essere benissimo uno dei cinque figli di Gregorio Marcolongo) discendono i due fratelli Marco e Bartolomio che il 25 ottobre 1629, alla morte del padre, si dividono i lo­ro beni sparsi un po' dovunque su tutto il territorio del paese: al Pubel, in località Berchele, in località del Zogo, in contrà Cattani, in località Ghesbentle, Perenrauth e Chemple... (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 25 ottobre 1629).
Ma da un Giacomo, che potrebbe essere benissimo un altro figlio del vecchio nonno Gregorio, viene fuori anche un bandito, Vicenzo fu Gia­como Marcolongo, sorpreso nel 1628 ai Ronchi di Gallio e consegnato al­le carceri, coll'imputazione di aver « commesso diversi odiosi sgualligi » qua e là sull'Altopiano e in Valle (A.S.Vi., Atto Not. Gianesino Fincati, 7 ottobre 1628).
E a cancellare forse l'onta della famiglia Marcolongo, verso il 1640, un fratello, pare, di nome Gabriele, regalerà alla comunità il terreno per la chiesa e il romitorio di San Francesco (A.S.Vi., Atto Not. Crestan Menegatti, 24 ottobre 1641).
Nel Settecento, i Marcolongo di Foza danno già vita a diverse contra­de, situate in tre dei cinque colonnelli: a Gavette si incontrano i Polent, i Valcapra, i Bos, i Valla e i Marcolongo del Chertal; al Pubel ci sono i Ci-chelar, i Cattanei e i Zanco; e nel colonnello di Stona, i Mercar della Valpiana (A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, Indice dei Protocolli, anni 1755-1806).
Nell'Ottocento, vengono ad aggiungersi anche i Marcolongo di Piazza detti anche Troian (A.P.F., Libro d'Anime, 1811).
Soprannomi:
Risalgono quasi tutti, almeno stando ai documenti, verso gli inizi o la me­tà del Settecento.
Alcuni sono legati alla località abitata, come: Valla, Valcapra, Kertal (plurale Kertelar). Altri sono delle vere mende o si rifanno a dei soprannomi prestati da altre famiglie, come: Boes, Polento, Zanco, Cichelar, Marc (plurale Mercar), Cattani.
Sono dell'Ottocento: Cillio, Mascaro, Vester, Nap, Luserno, Sech, Bappo, Cench, Troian e Loss.
E finalmente del Novecento: Mascaretto, Mascaroni, Tognetti.

Martini. La storia di Foza ricorda due contrade, abitate ab immemorabili dai Martini: una in Valcestona e l'altra in Valpiana.
Ma, stando ai documenti, ambedue i ceppi familiari, sia quello della Valcestona che quello della Valpiana, hanno un'unica origine, derivando ambedue da un comune capostipite, Janeses quondam Martini a Campo, Gianese fu Martino dal Campo (Chemple) di Valcestona.
Lo si incontra, a partire dal 1491, nell'assemblea generale degli uomini di Foza, radunati davanti alla casa dei Ceschi in Piazza per trattare i loro affari (A.S.Vi., Atto Not. Battista Ferrazzo, 15 maggio 1491).
La divisione fra i due rami Martini avverrà, verso la metà del Cinque­cento, dopo la morte di Janese, al tempo del figlio Michele o meglio del nipote Marco.
Nella spartizione dei beni patrimoniali di Paolo e Gregorio Marcolongo, infatti, veniamo a sapere che già nel 1531 i Martini, allora rappresentati da Michele e dal figlio Marco, possiedono terreni sia in Valcestona che in Valpiana. I terreni dei Marcolongo, infatti, sia in località Lelmech (in Valcestona), che in Valpiana, figurano confinanti da qualche parte coi terreni di Michele o degli eredi di Gianese Martini (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 15 agosto 1531).
Uno dei figli di Marco Martini, Tommaso, nel 1572 ricopre la carica di sindaco ovvero rappresentante del colonnello di Stona, cui appartiene territorialmente la Valpiana (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 9 marzo 1572) e sarà proprio Tommaso a dividere col nipote Vittore, figlio del fra­tello Cristano, i beni degli avi di Valcestona, parte dei quali, si dice nel documento, in località Sbentle (A.S.Vi., Atto Not. Gianesino Fincati, 18 ottobre 1573).
Verso gli inizi del Seicento, i Martini di Foza possono vantarsi, alle convicinie generali del comune, della presenza di quattro capifamiglia: due per l'appunto della Valcestona (ser Marco fu Donato Martini e ser Giacomo fu Donato Martini) e due della Valpiana (ser Michele fu Giane­se Martini e ser Cristano fu Antonio Martini) (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 14 aprile 1602).
Del resto, non sono mai stati una stirpe prolifica e tuttavia si sono sem­pre fatti stimare e amare per il loro senso di onestà e di giustizia (Vedi l'e­pisodio di ser Nicolò Martini che, messo al bando dallo stato veneto « per causa di archibugiate seguite in rissa » coi suoi avversari, trova i suoi compatrioti unanimi a perorare per lui, perché sia liberato dal bando e abbia possibilità di ritorno alla sua terra: A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 5 febbraio 1623).
Tra le divisioni patrimoniali, avvenute col tempo in casa Martini, non va dimenticata quella fra i due fratelli Cristano e Bortolo del fu ser Giacomin di Valcestona. I beni, che essi spartiscono nel 1624, sono sempre gli stessi e nei soliti posti: verso l'Hilmech e in contrà del Gairech (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 5 maggio 1624).
Del resto, non pare che i Martini, a Foza almeno, siano mai stati ricco­ni. Sia nel Sei come nel Settecento, li si incontra, infatti, più di qualche volta a far carbone nei boschi della Valgadena (A.S.Vi., Atto Not. Crestan Menegatti, 25 novembre 1659) e anche la loro maggior gloria domestica, il Tenente Bortolo Martini, in ritiro dai suoi incarichi, nel 1762, non tro­verà di meglio che campare la vita facendo il carbonaio (A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, 1 marzo, 12 aprile 1762).
Le contrade che nel Settecento prendono nome dai Martini, come già si è detto, sono due: una nel colonnello di Gavelle, allo Sbentle e l'altra dei Martini in Valpiana (A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, Indice dei Protocolli, anni 1755-1806).
Nell'Ottocento, oltre che in Valcestona (due famiglie) e in Valpiana (una famiglia), i Martini sono presenti anche in Piazza (con tre famiglie) e a Stona (con quattro) (A.P.F., Libro Stato d'Anime, 1811).
Soprannomi:
Sono tutti abbastanza tardivi, appartenendo per la maggior parte all'Ot­tocento, come: Zappel, Schiavina, Donà, Piocetto e Pigolot; e due al Nove­cento: Here e Schiavinotti.

Menegatti. Il cognome Menegatti, a differenza di tante altre famiglie, ver­so la fine del Quattrocento, è già entrato in uso bell'e formato. Lo recano due capifamiglia di questa stirpe, presenti alla convicinia di comune del 15 giugno 1491: Gabriel quondam Menegati et Johannes quondam Menegati (A.S.Vi., Atto Not. Battista Ferrazzo, 15 giugno 1491).
Risale quasi certamente ad un capostipite di nome Domenico, che, da­ta l'antichità, non è facilmente rintracciabile nei documenti...
Nei documenti del Cinquecento, il nome di battesimo più caratteristi­co all'interno delle diverse famiglie Menegatti è senza dubbio quello di Giacomo o di Giacomino.
Lo ritroviamo indosso a diversi capifamiglia Menegatti, riuniti nel 1527 per la convicinia generale sul camposanto del paese, per l'elezione del nuovo parroco don Giorgio da Piazzola (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fin­cati, 20 giugno 1527).
Fra di loro c'è anche un Michele fu Giacomo Menegatti, probabile nipote, per via di fratello, di Gabriele e di Zuanne, incontrati nel 1491.
Da questo Michele discende un Giacomino, presente nel 1544, insieme ad un altro Giacomo Menegatti, alla delibera comunale per l'affittanza della montagna del Vanzo a ser Pellegrin Croppa, rivenditore all'ingros­so di grano e di olio di Valstagna (A.S.Vi., Atto Not. Gaspare Gianese, 19 gennaio 1543; 11 agosto 1544).
Questo Giacomino fu Michele diverrà un personaggio importante nella vita e nella storia di Foza. Nel 1542 lo si incontra all'osteria del Lunardi in Piazza, all'atto di vendita di una parte del cortile di Biagio Malcore « in contrata Platee » alla vedova Zuanna Ceschi (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 16 luglio 1542); nel 1545 figura presente come commissa­rio testamentario in casa del fu Gregorio Marcolongo (A.S.Vi., Atto Not. Gianese Gaspare, 16 luglio 1545); nel 1550 viene incaricato dalla convicinia generale di curare la vendita della montagna del Sasso Rosso al nobile pa­dovano Antonio Gloria (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 7 settembre 1550).
Nel 1572 Giacomino Menegatti è già morto, ma a Foza, in Piazza, vive e lavora il figlio, ser Leonardo, soprannominato Speziale (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 15 maggio 1572), capostipite, appunto, dei Menegatti soprannominati Speciale.
Più o meno negli stessi anni, in paese, stanno sorgendo altri rami della famiglia, con altri soprannomi. In contrà di Gavelle, ad esempio, sta già diventando personaggio e rappresentante di contrada un Giorgio Menegatti, stimatore pubblico, incaricato nel 1586 dal sindaco di Gavelle Zuanmaria Perenzani di stimare e scorporare terreni in contrà dell’Hilmech (A.S.Vi., Atto Not. Gianesino Fincati, 2 novembre 1586), e l'anno seguen­te, dall'intera convicinia generale del paese, di cercare denaro per ricupe­rare dai Sartori di Bassano le montagne di Foza (A.S.Vi., Atto Not. Gia­nesino Fincati, 25 marzo 1587).
Agli inizi del Seicento i capifamiglia Menegatti, presenti alle assem­blee della comunità, sono quasi una decina, fra cui due figli del fu Gior­gio di Gavelle, Bartolomeo e Antonio, e un ser Giacomo fu Stefano Prem, da cui avrà origine il ramo familiare dei Prem (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 14 aprile 1602).
Giacomo, eletto nel 1612 dal consiglio comunale esattore del comune (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 25 novembre 1612), ha a sua volta due fratelli: Piero, che morirà nel 1603 (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 5 agosto 1603) e Antonio, che nel 1629 acquisterà due campi al Capitello del Pubel (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 25 settembre 1629).
Comunque la notorietà dei Menegatti di Foza non è dovuta, sembra, a beni o a commercio, ma agli uomini che ha saputo esprimere. Essa rag­giungerà il suo culmine nel Seicento con un parroco, don Ferdinando Menegatti (1661-1683), figlio del magnifico signor Giacomo e della ma­gnifica signora Anna Maria Zauster di Ala di Trento (A.S.Vi., Atto Not. Marco Lunardi, 1 dicembre 1663) e ben tre notai: Oristano Menegatti (1632-1666), Pietro Menegatti (1665-1677) e il figlio suo, Stefano (1668-1717).
Nel Settecento, le contrade che prendono nome dai Menegatti sono cinque: due a Gavelle, quella dei Menegatti Stainer e quella dei Pruntali; una al Pubel, quella dei Menegatti Stain; una in Piazza, quella dei Rus in Piazza e, finalmente, una a Stona, quella dei Rus sotto Costalta (A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, Indice dei Protocolli, anni 1755-1806).
Agli inizi dell'Ottocento, la loro diffusione sul territorio comunale, forte di quattordici nuclei familiari, risultava più o meno inalterata (A.P.F., Libro Stato d'Anime, 1811), come nel Settecento.
Soprannomi:
Speciale: come si è visto è il primo e più antico dei soprannomi dei Menegatti, risalendo al 1572 (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 15 maggio 1572); Prem: è il secondo, in ordine di tempo (« Nell'abitazione di ser Stefano Menegatti detto Prem»: A.S.Vi., Pietro Maino, 11 febbraio 1582).
Appartiene al Seicento il soprannome: Giusto («Zuanne figlio di Crestan Menegatti detto Giusto »: A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 27 giu­gno 1627).
Vengono quindi i soprannomi documentati nel Settecento: Stain (pi. Stainer), soprannome che compare la prima volta negli atti dei notai di Foza, verso la fine del 1700, come Pruntelar (da Pruntal), ereditato proba­bilmente dalla famiglia dei Pruntal (A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, Indice dei Protocolli, anni 1755-1806); Ruz o Rus (plurale Ruzzer), sopran­nome legato alla persona di Antonio fu Bortolo Menegatti « Rus », che ha proprietà « in contrà del Campo », verso la fine del Settecento (A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, 22 settembre 1790).
E finalmente, nell'Ottocento: Sette, seguito nel Novecento dai sopran­nomi: Colombin, Cavabuse, Campanaro e Trut.

Menegon. Uno dei tre testimoni alla convicinia generale del 1530, a Foza, è un certo ser Pietro fu ser Menegon Fineo di Gallio (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 20 marzo 1530).
È detto allora soltanto abitante di Foza e quindi non ancora perfetta­mente inserito, come membro di pieno diritto, nella vita della comunità.
Ma lo diventerà il figlio Giuseppe, che nel 1572 figura come abitante e membro del colonnello di Gavelle (A.S.Vi., Atto Not. Pietro Maino, 5 giugno 1572).
La famiglia dei Menegon, comunque, non conserverà radici profonde a Foza, perché nel Seicento, a quanto pare, è già scomparsa.

Munari. La famiglia Munari entra a far parte della storia di Foza agli inizi di questo secolo.
Le sue radici, comunque, sono galliesi. I documenti dei notai di Gallio ce li presentano, sin dal Cinquecento, come proprietari e gestori di seghe e molini alla Valle dei Ronchi. E grazie a loro se la valle, ad un certo mo­mento della storia, venne chiamata Valle dei Fregabosse (Da notare che la bossa o bottiglia nel Medioevo, ma anche in epoca moderna, era la misura con cui veniva misurata la farina di ritorno alla macina del grano...!).
Nella Valle dei Fregabosse, dunque, ci dicono i notai di Gallio, si tro­vava nel Cinquecento la sega di ser Bortolo fu Gianese Munari, ma c'era­no anche « verso est il molino di ser Antonio fu Pietro Munari, a mezzo­giorno la Valle dell'acqua corrente, a sera il vecchio molino dei Bossa (quello a cui andavano a rifornirsi di farina i fozati!) e a nord la via comu­nale che mena alla Val Stagna » (A.S.Vi., Atto Not. Gianesino Fincati, 13 giugno 1569).
Antonio Munari, uno degli antenati dei Munari di Foza, dopo aver comprata anche l'altra metà del molino (un tempo dei Valente e successi­vamente dei Menegon), fattala stimare da ser Domenico fu mastro Bar­tolomeo Gios di Asiago, la affitterà a ser Giacomino fu ser Mattio Sartor Coa dei Ronchi di Gallio, per settantadue staia di grano (a buon conto, da bravo ed esperto mugnaio, non voleva infarinarsi colla farina dei mu­gnai!) all'anno (A.S.Vi., Atto Not. Gianesino Fincati, 6 gennaio 1570).

Omizzolo. Il cognome di questa famiglia nasce da un soprannome. Né si sa se questa menda si sia formata a Foza o altrove.
La prima volta, infatti, che nelle convicinie di Foza spunta un Omiz­zolo è nel 1568 e si chiama Gianese Omizzolo (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincato, 3 febbraio 1568). È figlio di Antonio Omizzolo e fratello di Vitto­re (il che potrebbe farci pensare che la famiglia provenga dal feltrino!) e abita in contrà di Gavelle (A.S.Vi., Atto Not. Pietro Maino, 5 giugno 1572; 24 agosto, 2 ottobre 1575; 19 agosto 1576). I due fratelli sono rappresentan­ti di contrada e ciò fa supporre che la loro permanenza a Foza dati alme­no da qualche decennio...
A Foza hanno dei nemici mortali e sono i Contri. Un giorno del 1577 Gianese fu Antonio Omizzolo ne ammazzerà uno, un certo Pietro fu Baldassare Contri, fratello di Paolo, con cui dovrà poi far pace « amore Dei et eius passionis» (A.S.Vi., Atto Not. Pietro Maino, 29 giugno 1577).
Comunque, la macchia dell'omicidio non gli vieterà di continuare a servire la comunità di Gavelle e rappresentarla ancora, in comune e nelle convicinie, per diversi anni (A.S.Vi., Atto Not. Pietro Maino, 26 ottobre 1579; 8 gennaio, 21 giugno 1580), sino a che non sarà sostituito nelle sue cariche e funzioni dal fratello Vittore (A.S.Vi., Atto Not. Gianesino Fin­cati, 1 settembre 1585; 14 settembre 1586).
Verso gli inizi del secolo seguente, ser Vittore Omizzolo compare nel­le pubbliche convicinie del comune accompagnato dal figlio Vincenzo (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 14 aprile 1602) il quale, dopo esser stato eletto, almeno una volta, a sindaco di Gavelle, sotto il decanato di Zuan Antonio Lunardi, nel 1602 (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 9 giugno 1602), non appare più fra gli amministratori del comune, ne si sa la causa del suo ritiro...
Nel secondo decennio del Seicento, gli Omizzolo tornano in scena, col nuovo ramo familiare di Giacomo. Alla sua morte nel 1626 i figli Bor­tolo, Antonio, Gianese, Vittore e Vincenzo si spartiscono i beni di fami­glia, sparsi un po' dappertutto: dalla contrà di Gavelle a quelle dell'Ornental, del Chesertal e sino alle Laite, lungo la strada per Valstagna, in lo­calità Rasta (Repossa) (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 24 settembre 1626).
Un loro parente, Zuanne Omizzolo, in punto di morte beneficherà la chiesa parrocchiale acquistandole la pala del Rosario e facendole altri la­sciti e donazioni, a carico, si capisce, degli eredi, che saranno tenuti a ri­spettarli, sino al giorno dell'affrancazione, nel 1674 (A.S.Vi., Atto Not. Crestan Menegatti, 7 maggio 1636; Atto Not. Marco Lunardi, 29 luglio 1674).
Nel Settecento, il lustro sociale degli Omizzolo sarà ulteriormente ga­rantito dalla presenza in paese di un notaio e di un capodicento (o centu­rione) della milizia locale, Ferdinando Antonio Omizzolo (1711-1756).
A Foza, dalla metà di quel secolo sino alla metà del secolo seguente, essi gestiranno in proprio due contrade: quella dei Bricar (oggi Lazzaret­ti) a Gavelle e la contrà degli Omizzolo del Pubel (A.S.Vi., Michele Laz­zari, Indice dei Protocolli, anni 1755-1806).
Soprannomi:
Bricar: è il soprannome originario, rimasto alla loro contrada di partenza, quella attuale dei Lazzaretti.
Poi vengono i soprannomi del nostro secolo: Menin, Maestro, Cursor.

Oro. La famiglia degli Oro, come tante altre di Foza ha origini autoctone, essendo, per cosi dire, nata sul posto. Discende, infatti, come quella dei Chiomenti dallo stesso capostipite, certo Henrico quondam Friderici de Alemania, abitante a Foza sin dalla fine del Quattrocento (A.S.Vi., Atto Not. Battista Ferrazzo, 16 novembre 1491).
Il luogo di partenza di questa famiglia, a quanto pare, è la Piazza, dove nel 1534 i due figli di Hoenreich di Alemagna, Clemente (da cui partiranno i Chiomento v.) e Vincenzo (da cui invece provengono gli Oro), non an­cora iscritti per altro nel comune, possiedono una casa di muro coperta a scandole con cortile verso mezzogiorno, del valore di dodici ducati d'oro di trentun grossi per ducato (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 8 novem­bre 1534).
Nel 1567 Vincenzo Honraich è già morto, ma a Foza restano i figli Batti­sta e Antonio, i quali, pur non essendo ancora in condizione di far parte di pieno diritto della comunità fozese, figurano tuttavia presenti come te­stimoni alle sue assemblee (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 11 novem­bre 1567: dove compare come testimone Baptista quondam Vincentii Honreich teotonici).
Il loro pieno inserimento nella comunità, comunque, è vicino... (Ve­di: Chiomento).
Verso la seconda metà del Cinquecento, qualche Oro fa già parlare di sé. E uno dei due figli di Antonio Oro, di nome Cristano (l'altro si chiama Gianese, cioè Giovanni), il quale accusato da Maria Martini fu Donato e dai suoi fratelli di averla messa incinta, rifiutando di sposarla, si appella al giudizio del vescovo di Padova Cardinal Cornaro (A.S.Vi., Atto Not. Gianesino Fincati, 4 aprile 1589).
Nel Seicento, gli Oro, insediatisi ormai da tempo sulle pendici setten­trionali del Sasso Rosso, occupati nel commercio del legname e soprat­tutto nel pascolo di bovini, stanno facendo una grossa fortuna.
Un discendente in linea diretta di Battista Oro e quindi del capostipite Vincenzo, certo « Zuanne fiolo di Battista Horo», nel 1654, è già in grado di farsi assegnare dal comune, assieme al socio Zandomenico Contri, per nove anni, la montagna e il pascolo delle Fratte, per 140 troni all'anno (A.SVi., Atto Not. Crestan Menegatti, 25 ottobre 1654).
Nel 1663, Vincenzo fu Giacomo Horo comprerà addirittura dai Sartori di Bassano l'intera montagna del Sasso Rosso, 245 campi di « terra prativa, arativa, zappativa, ronchiva, pascoliva e boschiva». Il tutto per la bella somma di 2025 ducati (A.S.Vi., Atto Not. Crestan Menegatti, 8 marzo 1663)... Ma non gli andrà bene, perché il comune non si darà pace sino a che non riuscirà a togliergliela dalle mani e a riappropriarsene (A.S.Vi., Atto Not. Stefano Menegatti, 4 agosto 1710; 24 agosto 1710; 30 aprile 1712; 17 novembre 1715; 12 dicembre 1715).
Nel Settecento, dunque, gli Oro sono tra le famiglie benestanti del paese e quindi fra le più presenti nell'amministrazione del comune, a cui elargiranno consiglieri, sindaci e decani, come il decano Antonio Oro, che reggerà il comune dal 1790 sino alla caduta della repubblica Veneta (1796) e oltre... (A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, 22 settembre 1790; 20 luglio 1802).
Verso la fine di quel secolo, i dliscendenti del teutonico Honreich di fi­ne Quattrocento sono già diramati e sparsi sul territorio del comune do­ve danno nome alle seguenti contrade: Ori di Sotto e Ori di Sopra, Ori alla Pozza, Ori Valcestona e Ori Mercante (tutte queste nel colonnello di Gavelle) e infine Ori in Piazza (A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, Indi­ce dei Protocolli, anni 1755-1806).

Soprannomi:
Peranzan (È forse il soprannome più antico, risalendo al 1676: è portato da un « Zuanne Horo detto il Peranzan »: A.S.Vi., Atto Not. Marco Lunardi, 23 agosto 1676).
Viene poi nel Settecento il soprannome Mercante, ricordatoci dalla contrada omonima (A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, Indice dei Proto­colli, anni 1755-1806).
Gli altri soprannomi assegnano la loro data di nascita all'Ottocento: Pegorel, Sban, Sban-Piegorel, Pellazzo, Citto, Lezzer (pi. Lezzarar), Martinon, Giaret (abitanti quest'ultimi in Valpiana).
Oppure al Novecento, come: Nobile, Oro, Oro-Sbant, Ledar (variante di Lezzer), Citto-Costelar, Sito (variante di Citto), Lenz, Bano, Prescian.

Paterno. La famiglia Paterno arriva a Foza, verso la prima metà dell'Otto­cento; proviene da Scurelle di Valsugana e il suo primo rappresentante è un Paterno detto Simonetto Giovanni fu Antonio e Gobbo Margherita, nato a Scurelle, l’11 luglio 1826, e accasatosi a Foza con un'Alberti Giovan­na, il 20 ottobre 1855 (A.P.F., Libro Stato d'Anime, 1811, ultima pagina).
Soprannomi:
Tirolese: dalla denominazione distrettuale della Valsugana, durante l'Im­pero d'Austria (1815-1918).

Peranzan. Se non è la più antica può, senza dubbio, dirsi una delle più anti­che e rappresentative famiglie del paese... Le sue origini si immergono, per cosi dire, nella profondità della storia e la sua presenza a Foza giunge sino agli inizi dell'Ottocento. Poi si estingue, come un fiume reale che ha compiuto il suo destino, dando acqua a cento torrenti... Il primo docu­mento, infatti, che ce ne parli risale al 1410, dove un Giovanni Perenzani (il notaio ne storpia il nome in Perezoli) o Peranzani, che rappresenta con Giacomo di Bartolomeo il comune di Foza, ratifica e sottoscrive col prio­re di Campese l'accordo e l'impegno storico di mantenere per sempre la sua chiesa e i suoi preti, in cambio dei beni e delle proprietà del convento (A.S.Vi., Atto Not. Tornio Brenta di Schiaveto, 8 settembre 1410).
Nel 1474, uno dei due massari del comune, preoccupati di impegnare il monte Miela per la fame del paese, si chiama Giacomo Perenzani (A.S.Vi., Atto Not. Battista Ferrazzo, 6 marzo 1474). È un discendente (probabilmente il nipote) del Giovanni del 1410. A Gavelle, dove risiede, ha un altro fratello, Gianese o Giovanni, per l'appunto, che ha un figlio di nome Michele (A.S.Vi., Atto Not. Battista Ferrazzo, 15 giugno 1491). I Perenzan sono commercianti di legname: se lo tagliano nei boschi del co­mune, se lo trasportano fuori coi buoi e i cavalli e poi se lo vendono giù in valle...
Non sono una famiglia numerosa, né, diversamente da altre famiglie di Foza, lo diventeranno mai; né sono, a quanto pare, una famiglia ricca, possedendo solamente un po' di terra al Hilmech e al Dornech, ai confini con i beni ben più consistenti dei Marcolongo (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 15 agosto 1531; 19 agosto 1543).
Nella convicinia generale del 1527, i Perenzan presenti in Piazza (ma non tutti sono sempre presenti, perché anche i Perenzan a Foza vivono di pecore e di pastorizia) sono due: Giacomo fu Gianese, che riveste la cari­ca di decano del comune e un suo nipote, Michele fu Antonio (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 15 giugno 1527).
A Foza, tuttavia, in quegli anni, vivono altri Perenzan. Ora, infatti, vi si incontra un Gianese, ora un Domenico e ora un Leonardo: tutti ugual­mente impegnati, come rappresentanti della contrada di Gavelle, e quin­di consiglieri e amministratori, a servire chiesa e comune.
Ma il più presente e continuativo, nelle sue funzioni di consigliere e sindaco, è Leonardo Perenzan, padre di Zuanmaria, sindaco di Gavelle nel 1572 (A.S.Vi., Atto Not. Pietro Maino, 5 giugno 1572), di Pietro, che diverrà decano del comune nel 1579 (A.S.Vi., Atto Not. Pietro Maino, 26 dicembre 1579) e di don Giacomino, che sarà parroco di Foza, dal 1582 al 1596.
Agli inizi del Seicento, la famiglia dei Perenzani o Peranzani è rappre­sentata in comune da ser Gianese fu Leonardo e da ser Zuanmaria fu An­tonio (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 14 aprile 1602). A Gavelle i Peranzan, oltre alle loro case, hanno anche i loro beni e, fra questi, un forno per la panificazione. Nel 1618, sotto questo loro forno, essi dividono i loro beni: case, stalle, prati, campi e boschi all'Hilmech, al Mitterhech e Drio el Gevel (A.S.VÌ., Atto Not. Antonio Fincati, 18 settembre 1618).
Nel 1623, come decano di Foza, c'è ancora un Leonardo Peranzan, pro­babile nipote del padre di don Giacomino, che sta battendosi per ricupe­rare al comune i beni ipotecati dalla povertà e dalla fame del passato e li­berare, se possibile, la comunità di Foza dal brigantaggio e dalla mise­ria... (A.S.Vi., Atto Not. Antonio Fincati, 5 febbraio 1623).
Tra le immagini più suggestive di questa famiglia di pastori, attiva e generosa, ce n'è una, che risale al 1659, e ce la mostra in chiesa parrocchia­le, inginocchiata davanti al Santissimo esposto, a chiedere il perdono e a dare la pace ai Marcolongo (A.S.Vi., Atto Not. Crestan Menegatti, 24 giu­gno 1659).
Verso gli inizi del Settecento, i Perenzani sono ormai in via di estinzio­ne (il loro ultimo rappresentante è un Zorzi, governatore o consigliere del comune nel 1794; A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, 31 agosto 1794).
Del loro nome (rimasto in eredità, come soprannome, ad alcune fami­glie, come gli Oro) e del loro passaggio nella storia, Foza conserverà memoria, sin dalla fine del Settecento, nella « contrà dei Prenzani, Drio el Ghevel » (A.S.Vi., Atto Not. Michele Lazzari, Indice dei Protocolli, anni 1755-1806).

Rigo. Il nome di questa antica famiglia di Foza, rimasto vivo, sino a quasi tutto il Settecento, nella toponomastica fozese (v. Righerlaita o Laita dei Righi nella Toponomastica di Foza), deriva da un capostipite di nome En­rico, che fa la sua prima comparsa nella documentazione storica della co­munità nel 1491.
In quell'anno, infatti, nella convicinia generale di Foza, figura presente un Johannes Dominicus Henrici (A.S.Vi., Atto Not. Battista Ferrazzo, 15 giu­gno 1491).
Una quarantina d'anni dopo, nell'assemblea generale per l'elezione del nuovo rettore di Santa Maria di Foza, ci si incontra col figlio Antonius quondam Johannis Dominici dal Povolo. In questa contrada, infatti, i Rigo, chiamati anche Dal Povolo ovvero dal Pubel, hanno le loro proprietà ori­ginarie, confinanti agli inizi del Cinquecento con quelle dei Marcolongo (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 20 giugno 1527; 15 agosto 1531).
Ma, accanto ai beni del Pubel, il nipote di Zuandomenego dei Rigo, Giacomino del fu Antonio, verso la metà del Cinquecento, ne possiede altri sulla Costa del Sasso Rosso (A.S.Vi., Atto Not. Gianese Gaspare, 11 agosto 1544).
Nella seconda metà dello stesso secolo, la famiglia Rigo si presenta, dunque, divisa in due rami: i Rigo del Pubel o del Povolo e i Rigo del Sas­so Rosso, proprietari della Righerlaita.
Sul Pubel, nel 1572, domina la famiglia di Gregorio Rigo, padre di Cristano, dapprima sindaco (1572) e successivamente vicedecano di Foza (1583) (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 15 maggio 1572; Atto Not. Pietro Maino, 8 settembre 1583).
Ma sarà grazie ai Rigo del Sasso Rosso e, come si è detto, alla loro Ri­gherlaita, che il ricordo dei Rigo perdurerà nella storia di Foza, quanto meno, sino alla fine del Settecento (A.S.Vi., Atto Not. F. Antonio Omizzolo, 29 agosto 1740).

Scotton. Le radici di questa famiglia, proveniente probabilmente da San Nazario, arrivano agli inizi del Settecento. Nell'Ottocento gli Scotton danno già nome ad una contrada, detta appunto la contrada degli Scottoni, abitata da almeno due nuclei familiari, imparentati coi Lunardi e coi Marcolongo «Polenti» (A.P.F., Libro Stato d'Anime, 1811).

Smaniotto. La famiglia discende o meglio discendeva da quattro fratelli: Simone, Prosdocimo, Giovanni e Diodato Smaniotto fu Zuanne arrivati a Foza coi loro greggi dalla contrada del Corlo e qui accasatisi, verso gli ini­zi dell'Ottocento (A.P.F., Libro Stato d'Anime, 1811).

Stona. Gli Stona a Foza derivano il loro nome di famiglia dalla località ori­ginaria di residenza (v. Toponomastica di Foza: Stona). In effetti il loro cognome originario è da Stona.
Sin dal 1491 la famiglia da Stona ci si presenta distinta in due nuclei o ceppi familiari: uno che fa capo ad un Bartholomeus a Stona, da cui discen­deranno col tempo i Tommasi e Tommasini e un altro, che invece si rifa ad un Bonatus filius Jacobi a Stona, che dovrebbe essere fratello di Bartolomeo e da cui deriveranno i Bonato (A.S.Vi., Atto Not. Battista Ferrazzo, 15 giugno 1491).
Nell'assemblea generale del comune del 1527, infatti, i rappresentan­ti di famiglia sono due: uno è un Thomas quondam Bartholomei e l'altro è un Bonatus quondam Jacobi, capostipiti rispettivamente dei Tommasi (Tommasini) e dei Bonato (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 20 giugno 1527)
Fra i due ceppi familiari, quello più presente e attivo, almeno a livello di vita comunitaria, pare sia quello dei Bonato.
Nel 1530, la famiglia Stona va diramandosi. Alla convicinia di quell'an­no, i capifamiglia dei due rami sono quattro: due Tommasi, Antonio da Stona e Tommaso da Stona, e due Bonato, Gregorio da Stona e Gianese da Stona (A.S.Vi., Atto Not. Andrea Fincati, 26 giugno 1530).
Nel 1544, a rappresentare il colonnello di Stona, il terzo per importan­za, dopo quello di Gavelle e quello della Piazza, sarà ser Antonio fu Bar­tolomeo Bonato. Un Bonato, dunque, come sarà un Bonato ser Bartolo­meo di ser Cristano Bonato, il decano del comune del 1567 (A.S.Vi., Atto Not. Gaspare Gianese, 11 agosto 1544; Atto Not. Andrea Fincato, 11 no­vembre 1567).
Tanto i Tommasi che i Bonato, per altro, sostengono l'economia delle loro famiglie coll'allevamento del bestiame e la pastorizia.
Nel Cinquecento, accanto al vecchio ser Antonio fu ser Bartolomeo Bonato, emergono e si fanno avanti, nella vita pubblica, altri due perso­naggi fra i più distinti del paese: Gianese fu ser Gabriele Bonato e ser Cri­stano fu Tommaso dei Tommasi, ambedue più volte sindaci e rappresen­tanti della loro contrada e procuratori del comune (A.S.Vi., Atto Not. Gianesino Fincati, 4 marzo 1571; Atto Not. Andrea Fincati, 31 agosto 1570; 9 marzo 1572).
Fra i personaggi, invece, più di spicco degli Stona del Seicento, presen­ti nella documentazione dei notai, vanno annoverati: ser Francesco fu Cristan Bonato, decano di Foza per quasi un trentennio (dal 1611 al 1637) e il figlio suo Bastian Bonato che ricoprirà il posto lasciato vacante dalla morte del padre nel 1645 (A.S.Vi., Atto Not. Crestan Menegatti, 12 set­tembre 1611; 5 maggio 1637; 28 maggio 1645).
Ma non va dimenticato, sempre nel Seicento, l'umile romito francescano di questa famiglia, fra Giovambattista, che ha voluto legare il suo nome e quello degli Stona all'eremo di San Francesco (1658-1663).
Nel Settecento, l'unica contrada a cui gli Stona abbiano legato dalle origini il loro nome, scegliendola come esclusiva località di residenza è Ganna-Stona (A.S.Vi., Notaio Michele Lazzari, Indice dei Protocolli, an­ni 1755-1806).
In effetti, la loro stirpe e le loro radici a Foza, quantunque profonde, sono sempre parse piuttosto contenute. Agli inizi dell'Ottocento, gli Sto­na erano rappresentati da nove famiglie, compresa quella dei Zorzani (A.P.F., Libro Stato d'Anime, 1811).
Soprannomi:
L'unico antico soprannome di questa famiglia è quello dei Tommasi (Tommasini). Gli altri due, quello dei Sottil e dei Zorzan sono piuttosto recenti, non risalendo oltre gli inizi dell'Ottocento (A.P.F., Libro Stato d'Anime, 1811).

Temelin. La famiglia Temelin è presente a Foza sin dagli inizi dell'Otto­cento. Il suo capostipite, certo Antonio fu Francesco Temelin, arriva a Foza da Croce di Piave, dove ha conosciuto e sposato Domenica Gheller di Giovanni (18 giugno 1823). Il figlio Francesco, natogli a Foza il 3 luglio 1825, sposerà nel 1847 una Maria Contri di Bortolo, continuandone il no­me (A.P.F., Libro Stato d'Anime, 1811, ultima pagina).
In seguito la famiglia Temelin sparirà, assorbita dalla famiglia Carpanedo (v.).

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